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martedì 12 giugno 2018

fa bene Salvini !

Ma quanti concittadini sento gongolare: fa bene! bravo Salvini! che stiano a casa loro! Non li vogliamo vedere più davanti ai supermercati e alle chiese. E questo è il problema: vederli lì ogni giorno li imbarazza, ma non per il colore della pelle, ma perché chiedono aiuto e il non darglielo li mette in conflitto con la loro coscienza di sedicenti buoni cristiani per cui non li aiutano ma non li vogliono più vedere perché il loro stato di bisogno li mette di fronte, ogni giorno, alla propria impotenza, quando non si tratta di semplice egoismo. L'Italia è piena di Cinesi che però non manifestano la loro povertà, il loro disagio che anzi per alcuni di essi è estremo. 
Ma i Cinesi non disturbano, rispetto a loro non ci sono le reazioni emotive che si sentono invece riguardo i neri. I Cinesi non creano quello stato di "imbarazzo", eppure sono anch'essi di "razza" diversa. Come mai? In realtà credo non si tratti di colore della pelle: non è razzismo, ma è classismo
Alla gente non piacciono i poveri, tanti nostri concittadini, i poveri, non li vogliono vedere.
Tuttalpiù possono tollerare quei poveri che con umiltà vanno alla mensa della chiesa e gli consentono, con pochi spiccioli o un pacco di pelati, di sentirsi "buoni" e in pace con la coscienza e col mondo. La gente detesta invece chi gli chiede aiuto per strada perché gli dimostra ogni giorno di essere un buon cristiano solo a parole. 
Se poi li vedono col telefonino o ridere e scherzare fra loro, anziché umili e depressi, ecco là pronta la scusante generale, il lavacro definitivo: "loro stanno qui a bivaccare a spese nostre e noi ..."
Nessuno però parla mai del business dei centri di accoglienza, Un faccendiere di mafia capitale diceva che i migranti sono un affare più remunerativo del traffico di droga. Più giorni i neri stanno avanti al supermercato in attesa di identificazioni e pratiche burocratiche - (guarda caso sempre mooooolto lunghe) - più soldi incassa il gestore del centro di accoglienza che divide con i suoi amici. 
Questo, la gente che applaude Salvini, non lo sa o non lo vuole sapere. 
Che poi ci sia un racket che organizza e sfrutta l'accattonaggio di questa umanità devastata, lo dicono finanche i giornali. ma la gente, i giornali non li legge e la TV parla di sport e di ricette di cucina. 
I ministri e i politici invece queste cose le sanno molto bene: che fanno? Quale è il loro ruolo? 

domenica 10 giugno 2018

chiude la redazione materana de La Gazzetta del Mezzogiorno.




Dopo 50 anni chiude la redazione materana de La Gazzetta del Mezzogiorno. Matera è ogni giorno più povera. L'effimera visibilità del turismo sporca-e-fuggi viene accompagnata dalla spoliazione progressiva e irreversibile del territorio e dei suoi presidi culturali. Il deserto avanza attorno alla cattedrale dell'effimero e del transitorio, dei fuochi fatui che danzano al ritmo inutile dei panzerotti cruschi e dei castelli di cartone. 

E questo avviene solamente nell'ottica del cinico profitto da ottimizzare, a ribadire il concetto - come se abbastanza chiaro già non fosse - che la mission di un giornale, al pari di tutte le attività commerciali, non è più quella indicata in tabella, in questo caso fornire informazione al territorio, ma quella di produrre utili e garantire dividendi agli azionisti. La presunta capitale della cultura si spoglia di altri presidi culturali per far spazio ad altri bar e pizzetterie e Matera rotola più velocemente sul piano inclinato della speculazione e del degrado che ne conseguirà. 

Degrado che contempla anche la riduzione della libertà di analisi dei fatti locali se l'informazione dovesse infine essere affidata solamente a giornalisti precari e ricattabili e non più a professionisti stabilmente radicati nelle testate, a detrimento immediato della chiarezza delle notizie, della veridicità e attendibilità della informazione e della indipendenza dal potere nel raccontare le sorti del territorio.

Questi solo alcuni fra i danni maggiori per la collettività che la chiusura di una redazione comporta, in un paese come il nostro nel quale, a dispetto della sbandierata appartenenza ai G7, il tasso di libertà di stampa viene stimato al 77° posto, dopo l'Armenia e il Nicaragua. 

E come per le librerie sfrattate, come per la biblioteca abbandonata, come per il vuoto pneumatico delle iniziative culturali della città, nessuno può farci nulla, tutti accettano e condividono la logica miserrima del bottegaio della riduzione dei costi in favore del maggior guadagno, la trista "cultura" del dare e dell'avere.

La solidarietà ai giornalisti della Gazzetta di Matera è il primo pensiero che corre per la mente; il secondo, pregnante, riguarda il dolore per la riduzione quotidiana dei margini di libertà in un mondo interamente piegato alla sola logica del profitto. 
Sappiamo ora con chiarezza che gli umanesimi non sono stati sconfitti dall'anticristo, ma dalla ragioneria.

lunedì 4 giugno 2018

BASILICATA: L'INCOGNITA DELLE REGIONALI.

Dopo il voto di "avvertimento" alle politiche lasciato cadere come le teste di capretto dietro la porta dei Democristiani di sempre che militano parte nel PD e parte nel PDL, gli elettori del Regno delle due Sicilie alle regionali molisane tornano all'ovile e molti se ne restano proprio a casa.
Vedremo anche in Basilicata fra poco come si tornerà a promettere "il posto" (hanno già cominciato) e come i Lucani dismetteranno il vaffa a 5 stelle e torneranno a votare quelli di sempre che tornano alle antiche consuetudini del tanto gradito voto di scambio e  sventolano posti e assunzioni.
Dopo il flop del sit-in sotto il Comune di Matera, anche i capoccia del M5S ne sono più consapevoli. 
Davvero credevano che la gente si sarebbe esposta in una manifestazione? Davvero pensavano che i nostri concittadini avrebbero mostrato la faccia nel protestare contro chi malgoverna da decenni? 
Metti che mi vede...
Metti che mi serve qualche cosa...
Nel segreto dell'urna si può fare, ma a viso aperto non conviene: metti che ...

Onestà!Onestà!Onestà! ... 
ma se mi dai qualcosa a muà, 
puoi anche continuare ad arrubbà. 

Questo da sempre il tasso democratico del nostro Popolo sovrano.

venerdì 25 maggio 2018

PER MATERA SI CAMBIA, Breve storia della città - Raffaele Giura Longo - Giannatelli Editore.


Nella affollatissima sala levi di Palazzo Lanfranchi a Matera, il 21 maggio scorso, si è svolta la presentazione alla città del volume di Raffaele Giura Longo, intitolato:
PER MATERA SI CAMBIA, Breve storia della città”,
in libreria da qualche giorno edito da Giannatelli Editore.
Angelo Bianchi, curatore dell’archivio storiografico del professore, e prefatore del volume, ha introdotto la manifestazione parlando del libro come di un vero e proprio lascito dello storico ai suoi concittadini, una storia breve, sintetica ma sistematica, di un territorio molto particolare e del suo popolo che ha sempre saputo resistere e ribellarsi a soprusi e a prepotenze.
Nel corso della serata sono intervenuti: Giampaolo D’Andrea, Antonio Lerra, Mario Manfredi, Amerigo Restucci, coordinati da Beatrice Volpe e ospitati da Marta Ragozzino. Marilina Giannatelli della casa editrice ha introdotto la avvincente conversazione.
Nel 1981 Giura Longo aveva pubblicato la sua “Breve storia della città di Matera”, un volumetto agile e denso di fatti e documenti, oltre che di tabelle e immagini della città che ebbe grande diffusione per la sua esemplare fruibilità.
Venti anni più tardi, Giura Longo aveva preparato una nuova edizione di quell’opera, integrata da aggiornamenti e dal frutto di ulteriori ricerche storiografiche e con una nuova intitolazione “Per Matera si cambia”, ma al momento della sua scomparsa non aveva ancora terminato di rifinire quell’opera, essendo sua intenzione aggiornarla il più possibile con il sunto dei profondi cambiamenti in corso.
Oggi l’editore, d’intesa con il prof Bianchi, ha voluto dare alle stampe la nuova edizione di quell’opera che risulta fondamentale nella storiografia della antica città di Matera.
Il nuovo titolo sembra alludere alla ormai proverbiale mancanza di collegamenti ferroviari per la capitale della cultura 2019 e l’Autore, infatti, non manca di sottolineare come la viabilità sia fondamentale per l’economia di un territorio, forse dando eco a quanto lamentato già dal Gattini nelle sue “Note storiche su Matera” esattamente un secolo prima quando scriveva:
”(…) Poco lungi dalla città di Matera vi sono cave di tufo (…) e quello si esporta, anche in media annuale, per quintali 30.000, e potrebb’essere assai dippiù col mezzo della ferrovia che ne manca.”
Ma con maggior significato Giura Longo con quel titolo si riferisce piuttosto ai cambiamenti nella economia locale e nella società lucana che si prospettavano agli albori del XXI secolo. 

 Il sunto estremo della differenza nella impostazione storiografica della nuova edizione rispetto alla precedente credo possa essere individuato oltre che nel titolo, nel diverso esergo che apre l’opera dopo il frontespizio.
Nella edizione del 1981 Giura Longo aveva scelto quale epigrafe del suo testo la seguente frase di Ernesto De Martino: “La verità sta tra Palazzo Filomarino e i Sassi di Matera”, espressione con la quale egli ribadiva il suo convincimento che la strada maestra per la conoscenza del mondo culturale dei contadini del Sud passi per la visione estesa all’intero Mezzogiorno d’Italia; dal magnifico palazzo napoletano, quindi, alle straordinaria architettura dei Sassi, i popoli meridionali vivono la stessa Storia. La complessiva visione storiografica di Giura Longo infatti, è ispirata alla medesima convinzione: non si può analizzare Matera e capire la sua storia e la civiltà contadina lucana se non all’interno della complessiva storia economica e sociale del Mezzogiorno d’Italia.
Quale epigrafe, invece, della nuova edizione oggi pubblicata, Giura Longo volle un monito del poeta Alfonso Gatto il quale conobbe a fondo Matera sino a impersonare l’apostolo Andrea nel film pasoliniano sul Vangelo girato nel 1964: “Bisogna togliere ai Sassi la loro cronica e inguaribile monumentalità”.
La scelta del pensiero di Gatto è senz’altro rivelatrice della nuova prospettiva storica che alla fine del ‘900 si presentava all’analisi dello storico secondo il quale non bisognava indulgere verso la spettacolarizzazione di un “trogloditismo di ritorno” (A. Bianchi), alla ricerca di facili suggestioni per un mitico mondo primitivo.  
L’autore osserva come nell’ultimo decennio del XX secolo si manifestino in Basilicata significative forme di cambiamento. Mentre una rinnovata classe dirigente locale avviava processi concreti di valorizzazione del patrimonio storico e naturale dei Sassi e della Murgia riuscendo a conservare la necessaria sobrietà, senza scivolare nella usurata e nostalgica retorica  di una civiltà contadina edulcorata, idealizzata e foriera di immagini da Mulinobianco, nel contempo si andava consolidando intorno a Matera la valenza economica del distretto del salotto e già si aprivano prospettive importanti dall’avvio di attività petrolifere in Val d’Agri.
In questo contesto Giura Longo, avvertendo un autentico momento di possibile rilancio della economia lucana, ammoniva, con Gatto, circa la necessità di superare la “monumentalità” di una distorta visione della civiltà contadina. In sostanza voleva dirci che se quella dei Sassi dovesse rimanere una storia immutabile da contemplare soltanto, non potremmo coltivare l’idea di incidere su quella realtà per cambiarla e migliorarla. Giura Longo invece credeva fortemente nella efficacia dell’impegno finalizzato al cambiamento e proponeva di affiancare alla lettura antropologia e letteraria dei Sassi e del mondo contadino, una lettura concreta di taglio economico e sociale che tracciasse rinnovate vie di sviluppo per Matera e per l’intero Mezzogiorno.
Indicativo è quanto Giura Longo scrive a pagina 126/127 nel capitolo delle Conclusioni: (occorre operare) proteggendo e valorizzando quel patrimonio senza cedere alla retorica e all’enfasi della spettacolarità ad ogni costo, senza indulgere al chiasso e alle fanfare.  (…)   Le esagerazioni procedono per artifici e luoghi comuni, producono convinzioni false ed effimere, tenute in vita con l’ausilio – dispendioso – della banalità. (…) La spettacolarità a ogni costo quale altra faccia della monumentalità, con la politica dei grandi eventi di richiamo agli affari ed ai turisti
Emblematico se non del tutto profetico.
Giura Longo certamente aveva intuito quale strada la città stesse imboccando e presentiva che la crisi dell’industria del mobile, succeduta alla scomparsa dell’industria molitoria e al corrompimento della chimica di Stato, avrebbe ricondotto la regione e Matera alla assenza di una imprenditoria endogena e alla emigrazione e alle clientele di una nuova classe dirigente avida quanto sprovvista di progettualità.

Il libro di Giura Longo ha il grande pregio della leggibilità: fatti complessi e riflessioni profonde si offrono al lettore nella chiarezza esemplare di un pensiero limpido e spassionato di uno studioso attento alla storia economica e sociale di questa città e di tutto il Sud Italia; più attento alla gente e alle condizioni di vita, che alla nomenclatura che si alterna a detenere il potere.
Il libro racchiude in sé la dimensione più concreta che la Storia debba avere per poter consentire il discorso delle vicende umane: non la Storia dei regnanti e delle loro dinastie, non la glorificazione dei potenti, ma la interpretazione dei fatti e delle epoche lungo il percorso dei mutamenti economici e della dialettica sociale, dai secoli remoti sino ai giorni nostri.


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giovedì 3 maggio 2018

Parlano i Pini di Matera

Giuseppe, per gli amici, PINO

Ø B n d tt dd ! ! !
Ø Come hai detto?
Ø Benedettiddio !
Ø Ah… per cosa?
Ø Tempi di abbattimenti febbrili…
Ø Ma tu non hai la febbre.
Ø No, ma dicono che ci sono certe febbri che non si vedono, però stanno.
Ø Ma hai paura della febbre?
Ø Non della febbre: della cura.
Ø E come si cura?
Ø Colla motosega e colla gru… che solo quando le vedo passare, mi fa un pizzico.
Ø E com’è?
Ø E che penso: mo jet a me, mo jet a me.
Ø Il taglio?
Ø Il taglio, il taglio.
Ø Eh, tanto grave je chessa frév ?
Ø Nessuna pillola: solo la morte.
Ø Mado’… Ma qual è ‘sta malattia?
Ø Le elezioni regionali.
Ø E che c’entrano?
Ø C’entrano, c’entrano.
Ø Giuse’… quando fai così non ti capisco.


mercoledì 2 maggio 2018

venerdì 27 aprile 2018

Gianni Maragno ricorda il magistrato partigiano lucano Pier Amato Perretta.

Finalmente si parla di un glorioso figlio della Basilicata, Pietro Amato Perretta, libertario coerente e coraggioso magistrato che non volle mai piegarsi al fascismo del quale invece denunciò pubblicamente la violenza, la corruzione, la responsabilità immensa nel declinoi del Paese. Perseguitato dal regime e dai suoi servi, fu infine partigiano e martire della Resistenza.
Si deve allo studioso Gianni Maragno, scrittore, autore fra l'altro del noto libro "Il treno del bel canto: il disastro di Grassano del 1888" la divulgazione in Basilicata della storia del magistrato partigiano di origini lucane Pietro Amato Perretta; Maragno ha tenuto incontri e conferenze sul tema in Basilicata e a Como, città che ospitò per decenni Perretta e che gli ha intitolato una piazza del centro storico.

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Per la prima volta, quest'oggi, nella Basilicata si è provveduto ad onorare Pietro Amato Perretta, alias Pier Amato, il motivo non è dovuto alla mancanza di memoria ma è da addebitarsi ad ignoranza, in quanto Pier Amato nato a Laurenzana il 24 febbraio 1885 ben presto dovette spostarsi fuori regione e con il tempo si è cancellato persino il di lui ricordo.


La sua famiglia aveva contribuito non poco alla fase risorgimentale, il padre prese parte alla insurrezione di Potenza del 1860 ed anche la madre proveniva da una famiglia molto attiva nella Carboneria, i cui componenti avevano subito carcere e persecuzioni.
Pier Amato nel 1906 a soli 21 anni si laureò a Napoli in Giurisprudenza, con il massimo dei voti e la lode, per poi vincere secondo in Italia il concorso per la magistratura ed essere destinato come uditore giudiziario presso la Corte d’appello di Napoli e successivamente alla Procura di Napoli come giudice aggiunto.
Nel 1910 sposa Gemma De Feo che gli regalerà la gioia di quattro figli: Lucio, Fortunato, Vittoria e Giusto.
Pier Amato si impegnò ben presto in favore della tutela dei diritti individuali, con un’impostazione culturale moderna e progressista; tra i suoi primissimi scritti le inadeguate tabelle ufficiali sull’alimentazione dei carcerati ed il regime detentivo della segregazione. 

Il giovane Pier Amato maturò una concezione propria della libertà, come un giusto equilibrio tra fondamenti individualistici e solidaristici e condusse la propria esistenza in piena coerenza con tali concetti, anche quando ciò determinò conflitti con il pensiero dominante, fino a divenire egli stesso “Pier Amato” un baluardo di libertà ai tempi del Regime.
La sua strenua difesa in favore delle libertà lo portò di frequente a criticare l’operato del Governo soprattutto in tema di indipendenza e riforma della magistratura e sui temi della giustizia, impegno che dovette costargli molto caro tanto che dover subire un allontanamento da Locorotondo dove ricopriva il ruolo di Pretore, alla volta di Conselve e successivamente di Como, ma nonostante tutto il nostro rispondeva colpo su colpo alla complessa macchina governativa che non gradiva nessun tipo di ingerenza e contestava per illegittimi e inappropriati i comportamenti del giovane. Con molto candore Pier Amato faceva presente che la propria attività intellettuale, non violava alcun diritto e non mancava alcun dovere, svolta fuori delle proprie funzioni rientrava nei limiti di libertà di pensiero e di stampa consentiti dalla legge e dai regolamenti.
Il prestigio della Magistratura ed il sistema di equilibrio tra i poteri dello Stato, furono gli argomenti che Pier Amato espose nell’intervento al II Congresso della Magistratura tenutosi a Milano nel 1913, e che gli rese la notorietà di giovane capace e agguerrito e spinsero un altro lucano Vincenzo Torraca, direttore della rivista “La Magistratura” ad aprirgli le porte della redazione del giornale dei magistrati. Pier Amato accettò ed intraprese la collaborazione con entusiasmo.
Subito dopo il Congresso, Perretta venne eletto nel Consiglio centrale dell’Associazione generale magistrati italiani con il massimo dei voti dello scrutinio.
Partito in guerra il 1915 con il grado di sergente, rimase nei reparti combattenti fino al 1917 quando venne promosso tenente dei bersaglieri e destinato al Tribunale di guerra del XVI° corpo di armata, operante in Albania con sede in Valona, divenne Capitano nel 1918 e da maggio ad ottobre del 1919 operò presso il Tribunale militare marittimo di Napoli. 
Nel febbraio del 1921 Perretta venne promosso a giudice e assegnato al tribunale di Como. Nella città lariana avviò collaborazioni giornalistiche con testate di area antifascista quali “Volontà”, che pubblicava scritti di Croce, Gobetti, Parri, Amendola, Calamandrei.

La sua libertà non ammetteva condizionamento alcuno e nei suoi scritti avanzava critiche severe sulla politica economica del governo Mussolini. Al Dittatore italiano era dedicato l’articolo “Il viandante smarrito”, nel quale lo si accomunava insieme al partito fascista, al ministro Rocco e alla Confederazione degli industriali nelle responsabilità per un paese che stava sprofondando in una deriva economica ed istituzionale irreversibile.
La risposta veemente del Ministro Rocco non si fece attendere e venne emesso un provvedimento per la rimozione del Magistrato da Como per altra sede. Perretta venne destinato (nonostante il criterio di inamovibilità dei magistrati, che poteva essere attuato esclusivamente nei casi di incompatibilità o menomato prestigio) a Lanciano. Il Perretta contestò la decisione del Ministro da un punto di vista formale e sostanziale, in quanto arbitrario e rifiutò di raggiungere la sede di destinazione, rimanendo a Como. Ma l’azione governativa non incontrava alcuna resistenza nell’addomesticato Consiglio superiore della magistratura che confermava il provvedimento, ma Perretta non accolse passivamente la decisione ed inoltrò ricorso al Re, con il quale specificava che in caso di conferma della punizione si sarebbe lasciato decadere da magistrato, e al contempo diffidava il Guardiasigilli Rocco.
Nonostante la situazione difficilissima, Pier Amato non si astenne nemmeno in questi frangenti nel ribadire alle autorità governative la sua indipendenza intellettuale e politica dichiarando: non sono fascista, né filofascista, e non vi è alcuna probabilità che lo diventi fino a quando durerà la lode e la tutela della violenza, fino a quando i nati della stessa terra si chiameranno “dominati” e “dominatori” e non già soltanto “fratelli”.
Fuori dalla magistratura Perretta si iscrisse all’albo degli avvocati di Como, esercitando nello studio del collega onorevole Angelo Noseda già Sindaco socialista di Como. Qui subiva ad opera fascista una intimidazione con messa a soqquadro dei locali e l’arresto con detenzione di cinque giorni, prima di essere nuovamente incarcerato e condotto nelle carceri di Potenza insieme a Don Primo Moiana.
Seguiva nel gennaio del 1926 un provvedimento della commissione reale degli avvocati di Como che con decreto sospendeva il Perretta dall’albo, mentre perveniva il provvedimento di confino di polizia per la durata di due anni ed il Prefetto Maggioni di Como, in considerazione delle misere condizioni economiche della famiglia Perretta propose Laurenzana come dimora. Pier Amato trascorse un mese nella sua Laurenzana, prima che il ricorso dallo stesso avanzato in quanto padre di 4 figli in condizioni di forte disagio economico venisse accettato, tramutando i 2 anni di confino a Laurenzana in 3 anni di domicilio coatto a Como.
Gli anni ’30 furono molto difficili per Pier Amato che dovette subire molte violenze ed intimidazioni per le quali denunciò per abuso di potere il questore di Como. Gli anni ’40 furono funesti per la famiglia Perretta, il figlio Giusto venne fatto prigioniero dagli inglesi a Sidi el Barrani e per lunghi mesi i genitori non ricevettero sue notizie, nel 1942 invece sul fronte greco-albanese morì il figlio Fortunato.
Ma nemmeno queste avversità fiaccarono le volontà di Pier Amato che il 25 luglio del 1943 in occasione dell’arresto di Mussolini su ordine di Vittorio Emanuele incontrava i rappresentanti dei partiti antifascisti comaschi al fine di riorganizzare la vita pubblica con criteri democratici. Pier Amato era considerato l’emblema dei valori democratici e l’8 settembre dello stesso anno tenne in occasione di una manifestazione di operai un pubblico comizio nella Piazza Duomo di Como dove alla presenza di centinaia di persone con molto coraggio invitò la popolazione a recarsi in Prefettura e al Distretto Militare per chiedere la consegna delle armi, costituire la Guardia Nazionale e avviare la lotta contro fascisti e tedeschi
Dopodiché, postosi a capo del corteo si recarono in Prefettura. Non ottennero nulla, ma i fascisti cominciarono una spietata quanto infruttuosa caccia contro Perretta, che fiutato il pericolo si era rifugiato prima a Cremona e poi in Toscana. Dal febbraio del 1944 si trasferì a Milano dove svolse attività clandestina con lo pseudonimo di Amato. Instaurò rapporti molto stretti con le avanguardie operaie e maturò la scelta di iscriversi al partito Comunista. Il suo incarico divenne quello di raccogliere e trasferire soldi e materiali vari in favore della Resistenza comasca e di reclutare uomini per combattere in montagna. Entrò a far parte della Giunta militare che operava a stretto contatto con il Comitato militare di liberazione nazionale
Ma la sua solerte ed intensa attività generò sospetti tra i fascisti milanesi, la spiata di un comandante dei GAP lo consegnò nelle mani delle SS. La sera del 13 novembre 1944 i nazisti fecero irruzione nel rifugio di Perretta che saltò dalla finestra nel tentativo di sfuggire alla cattura, ma venne raggiunto da una raffica di mitragliatore che lo ferì gravemente. Trasportato al Niguarda rifiutò l’intervento che poteva salvargli la vita, si lasciò morire nel timore di finire sotto le mani dei torturatori che gli avrebbero estorto informazioni sui suoi compagni partigiani.
Spirò a Milano la mattina del 15 dicembre 1944.

Alla sua morte i compagni di resistenza vollero intitolare a Perretta la Brigata garibaldina Gap-Sap di pianura. Anche la città di Como, nell’immediato dopoguerra volle onorare il suo sacrificio, tenendo solenni onoranze funebri, in precedenza non autorizzate dai fascisti e mutando il nome alla Piazza Italo Balbo in Piazza Pier Amato Perretta. Oggi la Piazza Perretta, dove persiste lo stabile della Banca d’Italia è una delle piazze più belle di Como, collocata nel salotto buono della città lariana tra la Piazza Cavour con affaccio sul lago e la bellissima Piazza Duomo.
Nel 1983 venne inaugurato sul lungo lago di Como il monumento alla resistenza europea che reca scolpita anche questa frase di Perretta:
Questa tremenda esperienza avrà giovato a qualcosa? S’impone una rieducazione profonda e costante, altrimenti nemmeno questa lezione servirà”.
Nel dicembre del 1998, l’Istituto per la storia del movimento di liberazione di Como, cambiava denominazione in Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta.
(Gianni Maragno)

mercoledì 25 aprile 2018

25 aprile senza Bella Ciao.


Un 25 aprile senza Bellaciao è come un Natale senza Tuscendidallestelle.

In piazza a Matera. nelle celebrazioni del 25 aprile, temo che neanche quest'anno si suonerà il più popolare canto di Liberazione che il mondo intero ci riconosce. 
L'anno scorso udii uno vestito da bersagliere che si vantava di essere stato lui a impedire che la banda la suonasse: Bellaciao, secondo costui, è una canzone di parte e quindi non va bene. 
Di parte? Quale parte? 
La liberazione fu di parte, è vero, dalla parte della democrazia e della libertà: dall'altra "parte" ci stavano i fascisti e i nazisti. 
Questo strano bersagliere, da che parte sta? Ha capito qualcosa della Storia? Forse non molto.
L'altra ipotesi è che costui stia dall'altra "parte", sia cioè un fascista travestito da bersagliere.
E allora, in quella sfilata, lui, non c'entra nulla.
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P.S.
Infatti.
La banda ha suonato solo una marcetta d'accompagnamento, quel bersagliere quest'anno non c'era, ma anche senza di lui, la musica ... non cambia.
In piazza, rappresentanze di combattenti, di vigili urbani, carabinieri, alpini, bersaglieri, polizia, soldati, marinai.
E intorno, dietro le transenne, pochissima gente, per lo più parenti degli uomini in divisa, a guardare i loro cari in alta uniforme. Sul palco, il solito schieramento di politici. Discorsi di maniera, di circostanza: il coraggio, l'eroismo, i ragazzi...
il discorso dell'ineffabile democristiano dal volto umano, immarcescibile, che da 200 anni sta sempre sui palchi e là dove maturano appannaggi, che ripete il mantra osceno che i morti sono tutti uguali.
Fascisti-nazisti e partigiani, son tutti uguali, vittime e carnefici, tutti uguali, torturatori e torturati, tutti uguali, nella solita marmellata ipocrita che ha il solo scopo, sin dal 1946, di annullare il ricordo  della Resistenza.
In un lapsus freudiano la Prefetta materana ha detto in una intervista alla TV, espressamente, che si ricorda oggi "la lotta alla Resistenza", più chiaro di così...  (vedi il filmato qui sotto da 5:20 in poi)
E l'opera è praticamente compiuta: in piazza non c'era quasi nessuno, neanche i "compagni" di sinistra, ché la festa la hanno lasciata nelle mani di quelli che la vogliono cancellare.
Finito il PCI, la celebrazione è ora affidata :
a quelli che sono sopra le parti, quelli del so' tutti uguali (gli indifferenti che Gramsci disprezzava), 
alla chiesa che con i Nazisti aveva fatto un Concordato di alleanza simile a quello firmato con i regime fascista in Italia, chiesa che non era neutrale (e sarebbe stato già grave) ma era schierata espressamente dalla parte del nazismo e del fascismo,
e ai fascisti dichiarati che, follia del trasformismo, vanno sul palco a manifestare contro se stessi, a impadronirsi della Liberazione per cancellarne la memoria.
Cosa rimane di questa festa di Liberazione?




martedì 24 aprile 2018

il business delle petizioni on line



Con generosità e candore ci precipitiamo, commossi, a sottoscrivere petizioni per salvare una vita in pericolo, un condannato a morte, un malato abbandonato, una donna schiavizzata.
La proposta di firmare spesso ci arriva sui social da qualcuno dei nostri “amici” che stimiamo e con il quale sappiamo di avere in comune ideali di giustizia e di solidarietà, per cui è con maggior convinzione che clicchiamo sul link e forniamo i nostri dati anagrafici e l’indirizzo di posta elettronica al quale, da subito, cominciano a pervenire proposte di firmare e FAR FIRMARE altre petizioni sulle più disparate questioni che affliggono il pianeta e il sistema solare, satelliti inclusi. All'istante la petizione compare sul nostro profilo e ai nostri contatti si suggerisce di firmare la medesima petizione, fornendo così al sistema, in progressione geometrica, i dati di milioni di persone che in comune hanno il buon cuore, oppure sono contrari alla pena di morte, oppure sono pacifisti, eccetera, secondo la questione che vien posta.
Un po’ seccato, in verità, per il subisso di mail, non ci ho fatto troppo caso sino a quando non mi è stato proposto di firmare una petizione sul seguente tema formulata più o meno così: 
"Poche persone detengono quasi tutta la ricchezza del pianeta, mentre 30.000 persone al giorno muoiono di fame: ti pare giusto? Se non ti pare giusto, firma la petizione."
Sono evidenti qui due cose:
      1)   La demenzialità della petizione: a chi diavolo si manderebbe un ricorso del genere? Al governo? A Trump? Alla BCE? Al padreterno che immantinente prenderebbe provvedimenti, non essendo venuto ancora a conoscenza del fenomeno?
      2)  La possibilità di acquisire le mail di milioni di persone che sentono il problema è gigantesca.
Chi diavolo è che ama tanto il prossimo da stare tutto il giorno da anni sui social a raccogliere petizioni per ogni bega al mondo? Quanto gli costa tenere in piedi questa capillare rete informatica?
E infine si scopre l’arcano: è una ditta che raccoglie dati e li rivende e per adescare la gente utilizza le petizioni umanitarie.
Ciascuna delle nostre mail vale1 €uro, ma se l’acquirente compra uno stock più consistente, gli fanno lo sconto a 85 cent. Che gentili. Ogni raccolta firme frutta dai 10 ai 100.000 €uri; a volte molto di più.
Ma soprattutto bisogna chiedersi; che me fanno gli acquirenti dei dati comprati? Come utilizzeranno la lista di tutti quelli che sono contrari alla pena di morte o alla guerra o allo sfruttamento delle persone?
Proposta:
lanciamo una petizione 
per abolire queste ditte?

sabato 21 aprile 2018

Poveri professori - di GIOVANNI CASERTA


Poveri  professori!  di GIOVANNI CASERTA
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L’episodio di delinquenza (altro che bullismo) ai danni del prof. dell’ITC di Lucca è solo l’ultimo di una lunga serie. Sono atti di delinquenza esercitati dagli alunni, spesso spalleggiati dai genitori, ma anche esercitati direttamente dai genitori. Non serve ripetere le ragioni che hanno fatto della scuola il luogo dell’anarchia, da luogo di rigidità e severità morale e legale, quale fu una volta. Bisogna correre ai rimedi. Deve essere chiaro a tutti, in premessa, che non può esistere scuola vera, che non sia seria, rigorosa, retta sul regime dei premi e dei castighi. Purtroppo, una pedagogia e una psicologia lassiste, che vogliono tingersi di sinistra ma ignorano Gramsci e Amendola, troppo fiduciose di una presunta bontà di natura, hanno portato all’idoleggiamento di fanciulli e adolescenti, ritenuti sempre degni di gratificazione o, comunque, di suprema tolleranza e benevolenza, anche in presenza di veri e propri reati contro cose e persone. Al massimo si parla di bullismo, cioè di pugni e violenze, morali e fisiche, fatte per gioco!   
Il fenomeno è troppo diffuso ormai, perché possa essere ridotto a problema scolastico e pedagogico. Si parte dal 68, dal 6 garantito, dagli esami di gruppo. C’erano una volta il rinvio a settembre e la bocciatura per profitto, o la bocciatura per il voto di condotta. C’era la esclusione da tutte le scuole del Regno o della Repubblica. Poi arrivò la carta dei diritti degli alunni ma non dei doveri. Invece ci fu una carta dei doveri per i professori, ma non quella dei diritti. Arrivarono i decreti delegati, buoni sulla carta, ma che suppongono spirito di collaborazione e non di contestazione. E che dire delle chiassose e inutili assemblee d’istituto? Ci si mise Il TAR… C’era una volta il capo d’istituto, istituto per istituto, ognuno su misura per competenze ed esperienza, sempre presente, a garantire ordine ed efficienza. Hanno inventato il dirigente, capo di più istituti dislocati a distanze anche considerevoli, assolutamente diversi l’uno dall’altro, dalle scuole materne ai Licei!
C’erano i genitori che si affidavano agli insegnanti, chiedendo loro aiuto nella educazione dei figli. Ora l’insegnante è il loro nemico e nemico dei loro figli. Ci fu don Milani che – senza disconoscergli altri meriti e ben altro rispetto – si prefisse di fare il pedagogista e discutere di didattica e sociologia, individuando nella professoressa (e non nel professore, chissà perché) la controparte degli alunni, iniqua e arcigna, dispensatrice di voti prima ancora che di sapere. Ne fece il simbolo di una società classista, repressiva e autoritaria, buona con i ricchi, cattiva con i poveri. Povera professoressa, spesso di umile estrazione sociale, fattasi attraverso mille sacrifici e mille rinunzie, vivente ai limiti della sopravvivenza economica! A meno che don Milani non ne volesse fare la serva sciocca del potere.
Ed è questa, purtroppo, l’immagine dominante della professoressa di oggi, sbattuta, trasferita, dileggiata, abbandonata dal dirigente, dal provveditore e dal ministro senza laurea. E fa malinconia, fra tante professoresse, in una scuola tragicamente femminilizzata, un prof. di 64 anni, non meno debole di una qualunque professoressa.  Poteva reagire con una sberla o con un semplice spintone, ma anche con un calcio negli stinchi. Gli opinionisti pontificanti per televisione – quelli e quelle che si occupano di tutto - avrebbero detto che aveva tradito il suo ruolo, che era un violento, che andava cacciato dalla scuola, anzi ficcato dentro come è stato fatto tante volte con maestre d’asilo e di scuole elementari, poi risultate innocenti.
Il prof. potrebbe bocciare. Ma c’è il TAR. L’attuale ministro propone la risibile punizione della non ammissione dei bulli agli scrutini. Ci sarà il TAR che, se non altro, immediatamente sospenderà la sentenza. Poi si vedrà. A noi è capitato in un lontano passato, per un esame di Stato.  Il prof. poteva ricorrere al dirigente. Manfrina. Anche il dirigente ha le mani legate e non ha voglia di crearsi fastidi. Poteva ricorrere ai Carabinieri. Quante cose devono fare i Carabinieri! Ma come faceva a tornare in classe il giorno dopo? E sarebbe stato esposto alle rappresaglie delle famiglie. Rovinare così il futuro dei ragazzi! – si sarebbe detto! E si sarebbe cacciato in un tunnel giudiziario che, considerati i tempi della giustizia italiana, sarebbe andato al di là della durata della sua vita. Vorrebbe solo andare in pensione. Ma glielo impedisce la Fornero. Allora?
Per tutte le cose dette, il problema è vasto, perché è quello stesso di una Italia, nave senza nocchiere in gran tempesta. Il problema è culturale, sociale, morale. Investe la crisi della famiglia, l’organizzazione del lavoro, il nuovo ruolo della donna, la sfiducia verso le istituzioni, la legge e l’autorità in genere, la tendenza a vedersela direttamente… Ce lo si ficchi bene in testa. L’insegnante è uno che giudica. Le famiglie e i genitori non sopportano persone che diano giudizi e prendano provvedimenti per i loro figli, indirettamente giudicando il loro stesso operato. Vogliono solo giudizi positivi.  Come i poliziotti, come i carabinieri, come i magistrati, gli insegnanti sono persone ormai odiate o spregiate. Le offese loro arrecate, perciò, devono essere intese come offese a pubblici ufficiali, tutori dell’ordine. I bulli di Lucca devono finire in casa di correzione o in galera. Il prof. dev’essere risarcito per danni morali; l’autorità scolastica - il Ministero – deve assumerne direttamente la difesa presso gli organismi giudiziari; la signora che, in pigiama, unitamente al marito, sfregiò il professore, non deve essere in libera circolazione. Non tutti devono andare a scuola, se non lo meritano. Non è giusto che i pomodori li debbano raccogliere solo gli immigrati dall’Africa, anche quando sono laureati e più bravi dei nostri figli. Non è quella la integrazione di cui si parla. La società ha rovinato la scuola; la scuola sta rovinando la società. Il cerchio va spezzato. 
(Giovanni Caserta)

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Passato è il tempo in cui i genitori dicevano: “provesso’ dallo, che noi a casa lo diamo, così si impara”.

Oggi riecheggia in ogni dove: “E CHI SEI TU?”, la URLATA domanda retorica che delegittima alla radice ogni autorevolezza, in un malinteso e fuorviante “paritarismo” che appiattisce ogni ruolo e se uno-vale-uno - come si ripete nelle maggioranze emergenti - nessuno vale più di me e di mio figlio.

Il ’68 in questo andazzo del costume italico non so se c’entri davvero; c’entra di sicuro la TV e il potere identitario sociale degli oggetti di consumo - automobili per i padri, smartphone e zainetti firmati per i pargoli -  il cui possesso omologante rende pari e la differenza che corre fra te e me, me la faccio da me con un bel pugno.

Non ci possono essere obiezioni su come lo Stato debba (DEBBA) intervenire per scoraggiare pesantemente questi comportamenti, con la espulsione di quei malnati da tutte le scuole del Regno, come si faceva un tempo e con il carcere per i padri pugilatori di prof.

Tocca sempre allo Stato, tuttavia, cancellare nella scuola ogni forma di precariato il quale rende ricattabili e deboli i docenti.

Va anche detto però che occorre rivisitare completamente i criteri con cui nella scuola viene scelto il personale docente, il quale non solo non deve essere precario, ma deve essere invece selezionato e “formato” per svolgere quel ruolo, attraverso specifici corsi di qualificazione alla “gestione” delle persone e del gruppo classe.

Non basta solamente vagliare la conoscenza della disciplina che il prof dovrà insegnare; risulta indispensabile che si cominci a valutare la sua attitudine comunicativa ad essere il perno di attività formative e sociali in una scuola frequentata da ragazzi la cui alfabetizzazione civica è la risultante fra il “divismo” cui la famiglia li ha assuefatti e fra la socialità alterata di chi figlio unico vive sempre fra adulti, chiuso in un appartamento e si confronta prevalentemente con personaggi immaginari della TV e dei videogames per lo più violenti e ultrapotenti e auto referenziati.  
Va valutata e selezionata con accuratezza la idoneità del docente a essere al centro di una scolaresca nella quale le dinamiche di gruppo e di branco si manifestano con vigore pervasivo e con virulenza, discernendo se ci sta nel prof il “polso” di saper dettare regole certe di convivenza nell’aula e di saperle far rispettare con autorevolezza. Se la scuola rinuncia a selezionare il suo personale, rinuncia di fatto al ruolo che la società le affida.

E qui temo che gli epigoni italici del ’68 c’entrino in qualche maniera. Nato nelle università, il nostro ‘68, come ribellione dei migliori studenti italiani che combattevano l’accademismo chiuso e antiquato dei nostri Atenei, la sua lotta per il diritto allo studio finì, negli anni 70 per essere la lotta per la promozione senza merito e per il 6 o il 27 politico che ricorda Caserta; ricordo ancora le tante manifestazioni con corteo e tazebao organizzate in quegli anni contro la famigerata “meritocrazia”; errore concettuale e pragmatico che forse resta il perno fondamentale della approssimatività che caratterizza il funzionamento del nostro Paese; ma quell’aspetto tutto italiano del ’68 ha germogliato nel terreno fertilissimo delle clientele, delle assunzioni elettoralistiche, nella gestione feudale dello Stato che concepiva la scuola come il distributore del “pezzo di carta” per accedere “al posto” fisso nella pletorica struttura cardinale del Paese.

Le continue riforme della scuola, negli ultimi anni hanno contribuito pesantemente al degrado che si registra in questi giorni; ogni governo ne ha voluta una; non sapendo né potendo metter mano alla giustizia, alla corruzione, alle mafie, al ritardo scientifico e tecnologico, all’arretratezza del capitalismo nazionale, alla devastazione del territorio, le Gelmini d’Italia si buttavano sulla scuola con riforme che avevano, all’evidenza, il risultato di abbattere la qualità della scuola pubblica lasciandola alle classi subalterne, e favorire le scuole private, confessionali o meno, che formano (quelle sì) il personale e formano infine i ricchi rampolli della classe egemone.

È da queste paludi che la scuola – e l’Italia - deve uscire.
Si tratta di ri-trovare la strada. Se ancore ne esiste una.

Costantino
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Donato Lamacchia Attenzione pero' a non rischiare un moto di nostalgico ritorno al passato. Lo so non e' nell'intenzione di chi ha postato ma un rischio c'e'. Don Milani aveva ragione insieme con Gramsci. Mi chiedo quanto si è fatto per migliorare la didattica? Perché non si investe in classi di massimo quindici studenti, in sussidi didattici moderni che agevolino la comprensione di ciò' che si studia per migliorare il rapporto studente-insegnante? E' giusto pretendere meritocrazia, ma siamo sicuri che la strada, la televisione, internet non siano più efficaci ed efficienti della Scuola, che sappiano "attrarre" più dell'insegnante? Per il resto sono d'accordo, non si può immaginare la Scuola un'isola separata e felice dove non si riproducano i "mali" sociali, tra i più gravi il familismo, il qualunquismo. Se la risposta è il Preside "sceriffo" non ne usciamo.
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