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sabato 30 gennaio 2016

le statue censurate

Sentivo oggi per radio qualcuno che parlava delle statue della Antica Grecia, "censurate" per non turbare la intima verecondia del bacchettone iraniano venuto in visita e, biasimando il ridicolo occultamento di quei nudi, affermava che noi non possiamo rinunciare alla nostra cultura, come se quelle statue di 2.600 anni fa fossero espressione, appunto, della nostra cultura.
E qui, si ha da dissentire.
Ma quale nostra?
Gli antichi Greci, nella loro cultura, esprimevano attraverso la scultura e le arti, la loro idealizzazione pragmatica ed estetica della bellezza, in armonia con le dinamiche etiche della società: quel popolo concepiva la bellezza come inscindibile dal buono e aveva il culto del corpo umano, maschile e femminile.
La loro cultura esaltava la potenza atletica dei muscoli quale raffigurazione icastica del valore in battaglia e della virilità intesa come essenza dell’umano e ammirava la bellezza nella armonia e nella simmetria delle forme, nella concezione esplicita che la bellezza del corpo umano è qualcosa che genera piacere in chi la osserva in quanto rappresentazione della identità esistenziale di specie e di popolo.
Opere splendide come i Bronzi di Riace o le Veneri dalle fattezze perfette sono rimaste fra noi da migliaia di anni, ma rappresentano il segno di QUELLA civiltà, di QUELLA cultura, non della nostra.
La nostra cultura, al contrario, è fondata sulla paura del corpo umano, sul rifiuto della nudità che è ritenuta “oscena”; la nostra cultura, al pari di quella islamica del “gradito ospite”, coltiva e trasmette da secoli la concezione peccaminosa del corpo, il quale sarebbe fonte di “peccato” e impurità,  portatore di cattivi pensieri e perdizione. Tanto che, i corpi, nella nostra cultura, devono essere coperti, segregati, nascosti perché di per sé offensivi dell’estetica, dell’etica e della religione. Ritenere immorali le proprie fattezze, il proprio corpo è il segno definitivo della follia cui una fede può condannare i popoli per secoli interi.
Non è una novità, qui da noi, censurare l'arte: questo è il Paese dove un Papa ordinò al “Braghettone” – il pittore Daniele da Volterra - di coprire le nudità dei personaggi sacri della CAPPELLA SISTINA disegnandoci sopra delle mutande: qui si è giunti a censurare le opere del grande Michelangelo e mica è tanto diverso da quel che fanno a Palmira !. Questo è il Paese dove solo quaranta anni fa i pretori sequestravano i film per via di un seno nudo, stabilivano,  giudici pruriginosi, la lunghezza legale delle minigonne sotto la quale si era in multa, mettevano le calze nere alle gemelle Kessler in TV e proibivano il topless in spiaggia sino all’arresto. Proibito, il topless, lo è ancora adesso e togliersi il costume in spiaggia configura il noto reato di atti "osceni" in luogo pubblico. 
Molti fra noi - Europa 2016 - hanno della donna la identica concezione che vige fra i militanti dell'Isis. 
E allora, andiamoci piano a parlare di difesa della “nostra” cultura; la concezione giudaico-cristiana della donna e del corpo umano è solo un tantino meno truce di quella dell’Isis e delle altre dittature teistiche del Medioriente, ma è fondata sulle stesse basi religiose, sulle medesime malate concezioni che in Mesopotamia ebbero origine e che contaminarono, con il Cristianesimo, il mondo occidentale.  
Le persecuzioni delle donne da parte della Chiesa e del suo potere bigotto che insanguinarono l’Europa nei secoli passati traggono origine culturale dal monoteismo nato in Medioriente dove, ancora oggi, si compiono mostruosità a danno delle donne: segregazione, burka, schiavitù, mutilazioni, lapidazione.
La nostra cultura sarà “nostra” quando si sarà liberata dalla concezione malata che del corpo umano  - e femminile in specie  - certe fedi tramandano di generazione in generazione ormai da troppi secoli.
 (w/cody)*