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sabato 8 dicembre 2018

capitalismo italiano

In Italia si calcola che che dal 2017 chiudono più di 200 imprese al giorno.
Un pezzo alla volta il sistema industriale italiano sparisce. 
Si intuisce quale sia la qualità dei nostrani "imprenditori". Finiti i trasferimenti statali e le svalutazioni della lira che gli hanno consentito per tutto il '900 profitti immensi mai reinvestiti né in ricerca né in innovazione, l'industria italiana un pezzo alla volta si squaglia al sole o migra all'estero. 


I nostrani "capitani coraggiosi" da rotocalco, messi di fronte a una reale competizione sul quel libero mercato che fingono di amare, dimostrano a conti fatti quanto sia inconsistente la loro capacità di innovare e produrre.
Capitalismo straccione, diceva qualcuno. 
Sono passati 100 anni ma la situazione non è cambiata, anzi.

Quale occupazione potrà ancora crearsi in Italia se mancano i datori di lavoro? 

Verranno dall'estero? 
A far cosa? 
A pagare mazzette alla mafia e ai politici? 
A far causa per 14 anni per farsi pagare fatture inevase in un paese dove ci sono più avvocati che imputati? 
No, che non verranno, anzi se ne stanno andando. 
Fra poco i disoccupati saranno così tanti che si invocherà dal basso la cancellazione dei CCNL e il ritorno al cottimo, già - di fatto - surrettiziamente ripristinato in molte attività. 

Se è rimasto qualcosa a sinistra di Forza-Renzi, è ora di mettersi a lavoro smettendo di pensare solo alle poltrone e agli appalti per gli amici.

martedì 16 ottobre 2018

nuovi dilemmi sociali - Giornalemio



Fra i tanti cambiamenti che si registrano nel mondo del lavoro in questi anni di liberismo c’è il fenomeno dei lavoratori minacciati di licenziamento che scendono in piazza a tutela del profitto padronale, quale condicio basilare della loro stessa sussistenza; non più quindi per chiedere con forza al padrone maggior salario e sicurezza come accadeva un tempo, ma – praticamente – a difesa degli interessi del padrone stesso.
Il capitale, insomma, oggi qui da noi usa il deterrente occupazionale per salvaguardare i propri profitti. Per esempio, se qualche azienda viene beccata perché risparmia sulla sicurezza e sull’ambiente e quindi deve impiegare una parte dei guadagni in bonifiche o migliorie, è subito pronta a mettere in allarme occupazionale i dipendenti che prontamente scendono in piazza – apparentemente per difendere il proprio posto di lavoro -, a tutela del lucro padronale.
È la logica del capitale – il massimo profitto al minor costo.
Logica che, evidentemente, nessuno più vuol mettere in discussione.
Il fenomeno si manifesta maggiormente nel caso del capitalismo assistenzializzato dei gestori dei pubblici servizi che fanno gli imprenditori col capitale di Pantalone, trasporti pubblici in testa. Sempre più spesso si vedono nei TG dipendenti di aziende di servizi pubblici in sciopero sotto la Regione perché non ricevono lo stipendio da diversi mesi. Lo stipendio lo devono ricevere dal titolare della ditta, ma manifestano sotto la Regione per sollecitare la erogazione dei fondi al “padrone” così che questi possa pagarli.
A questo modo, non solo non si capisce più dove sia finito il capitalismo della libera impresa privata, ma non si capisce affatto dove sia la convenienza della Regione e dello Stato in generale a gestire in questo modo i servizi pubblici: i pullman li mette la Regione, le strade sono dello Stato cioè dei cittadini, i cittadini pagano il biglietto, per gli stipendi si bussa alla Regione… Ma allora: il “titolare” della ditta, capitalista liberista fautore della libera imprenditoria privata, cosa diavolo ci mette di suo? Solo la tasca per i profitti?
Ma forse una spiegazione c’è e sono io che non la vedo. Potrebbe qualche esperto spiegarmi, per favore – dico davvero –,  dove sia la convenienza per la Regione e per i cittadini? Mi domando e chiedo agli esperti: così come per i parcheggi a pagamento, la spazzatura ecc., non sarebbe meno oneroso per Comuni e Regioni gestire in proprio questi servizi? (Ovviamente con criteri privatistici di verifica del lavoro svolto e vigilanza totale su fedeltà e correttezza). Se non altro non ci sarebbe da garantire – innanzitutto – il profitto del “titolare”.
Da parte pubblica il non voler “compromettere” l’occupazione forse è diventato un paravento per cospicui interessi privati.
Basti pensare ai rifiuti: non sarebbe più semplice abolire la gran parte degli imballi in plastica, tetrapak, latta, polistirolo in favore invece di vetro, cartone e altri materiali biodegradabili, anziché cercare disperatamente dove ancora poterli ammassare tutti questi milioni di tonnellate di scarti?
E non sarebbe doveroso tornare IMMEDIATAMENTE al vetro-VUOTO-A-RENDERE?  Perché è scomparsa la vecchia “cauzione” che garantiva il ritorno-riciclo della bottiglia vuota?
Ha senso pagare il vetro assieme al contenuto, poi andarlo a depositare rotto nelle campane dove qualcuno, già ben pagato per raccoglierlo, se lo va a rivendere riguadagnandoci ancora e infine questo vetro deve poi essere rilavorato per tornare contenitore di alimenti?
Quanto stracosta tutto ciò? Al di là dei profitti di alcuni soggetti, quale è il senso di questo ciclo? Ma non lo si può interrompere: ci sono interessi miliardari da tutelare e se le aziende produttrici guadagnano meno…  poi licenziano.
Questa è la trappola in cui ci si è infilati.
E alle montagne di monnezza che ormai ci sovrastano ci deve pensare lo Stato a spese dei cittadini che prima lo pagano ai privati il costo di quegli imballi, e poi hanno da smaltirseli, quegli imballi, a costi stratosferici, pagando altri privati per farlo.
Demenziale.
Pensare al terribile dilemma di Taranto fra salute e lavoro fa venire mal di testa: i profitti nei decenni li hanno intascati i privati, ora il dilemma fra occupazione e salute è dello Stato, che prima era il padrone delle ferriere, poi i profitti ha pensato bene di lasciarli al privato, accollando ai cittadini costi e malattie.
La politica, l’opinione pubblica, il sindacato, i giornali, tutto il paese e forse il mondo-globalizzato è intrappolato in questo artificio: alcuni a fini di lucro devastano ogni cosa e noi, per fame, dobbiamo proteggere i loro interessi sennò ci licenziano.
Come si sia finiti in questo dilemma è storia da raccontare, come uscirne è storia da costruire.
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lunedì 8 ottobre 2018

patria e francobolli

Ci fu un tempo in cui la emissione di un francobollo commemorativo era un avvenimento importante per lo Stato e per il Paese stesso.
Dedicare un francobollo a Marco Polo, o a Raffaello Sanzio significava far circolare in Italia e all’estero, su un quadratino, un segno delle radici del nostro Paese; basti pensare alle emissioni della serie “Turrita”, simbolo incoronato dell’Italia stessa, oppure al francobollo dedicato alla Resistenza partigiana, momento fondante della Repubblica, o a quello di Alessandro Volta o di Goffredo Mameli, per comprendere intuitivamente il senso del discorso.
Un pezzo della identità patria, insomma, studiato, deliberato, valorizzato e stampato per dar lustro all’Italia.
Capita ora di vedere che vengono emessi francobolli non più dedicati al Colosseo o a Galileo, ma a prodotti commerciali, come questi qui raffigurati. Vedo da google che ne sono stati emessi diversi altri commemorativi (ohibò!) di altre marche, di pasta, di merendine, liquori cioccolatini e via scoprendo vantaggi, come se non bastassero gli spotti alla TV. 


Questo lo stato delle cose: si smette di ricordare scienziati o grandi artisti per inneggiare a prodotti da banco; se penso che in certe città si intitolano le piazze non più agli eroi del Risorgimento o della Resistenza (a questi ultimi comunque davvero di rado) ma a palazzinari costruttori, mi rendo conto che si tocca ormai davvero il fondo.
Palazzinari che si presume munifici almeno al pari di certi banditi inspiegabilmente sepolti nelle chiese vaticane accanto a santi e grandi papi: potere delle dazioni.
Cominciamo allora a cambiare il nome delle strade in onore dei prodotti da banco in sostituzione dei padri della patria! Si può cominciare da via Verne, per esempio: sulle tabelle e sui documenti basterà aggiungere una “L” e così via Vernel lo sciacquamorbido è servita; a via Nicola Sole, basterà cambiare il Nicola in Piatti per avere l’effetto modernizzante, a via Lucana, basterà cambiare la vocale in coda  per avere Corso Amaro Lucano, che via Vena è un po’ sacrificata, mentre Giotto va già bene così che è una marca di matite. 
E non credete sarebbe bello avere un bel viale Nutella?
Al Natale si è già provveduto da tempo utilizzando il simbolo della Coca-Cola che è quel rosso Babbonatale che gigiona ormai in ogni casa; Halloween ha preso il posto del vecchio ognissanti e fra poco verranno rimosse le statue di padrepio e rimpiazzate col magico mastrolindo che a miracoli non è secondo a nessuno.
Oh, siamo o non siamo nella economia di mercato?

Ti piace? E allora: pedala.

sabato 6 ottobre 2018

Gli indifferenti da Gramsci a Scalfari


"In Italia c'è una contraddizione, attuale ma storica perché vecchia di secoli: come mai gran parte degli italiani è politicamente indifferente e perché un quarto almeno dei non indifferenti vota da vent'anni per Berlusconi?
La risposta l'abbiamo data già molte volte ma è bene ripeterla in un Paese di corta memoria: indifferenti o berlusconiani o grillini, odiano lo Stato, le istituzioni, la politica. Per secoli hanno visto la loro terra governata da Stati stranieri e tirannici, Signorie, altrettanto tiranniche, una borghesia inesistente, una cultura ristretta a ceti privilegiati, un'economia di rapina.

Di qui il ritrarsi nel proprio interesse particolare, il disprezzo dell'interesse pubblico, la fragilità d'ogni tentativo di modernizzazione affidato ad élite presto trasformatisi in caste.

Questa è stata la storia del Paese e di questa paghiamo il prezzo, sperando in una svolta che ci consenta di uscirne."
Eugenio Scalfari 
8 settembre 2013
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Troppi padri di famiglia italiani, cristianissimi, democraticissimi e repubblicani solo il 2 di giugno (forse), insegnano  ai loro figli, nei fatti e con l'esempio, che furbo-smart è quello che non paga le tasse, che salta la fila, che passa col rosso, che butta i rifiuti dal finestrino, che piglia lo stipendio senza lavorare facendosi mantenere dalla fatica altrui.
Il “senso dello Stato”, in larghi strati della società, è assente; in quei territori sociali la democrazia è come la festa degli alberi alla scuola elementare il 21 di novembre, quando la maestra dice la poesiola e tutti si canta, si pianta un bell’alberello mentre si abbattono centinaia di pini secolari per fare posto ai parcheggi nell’indifferenza generale, e il preside fa un bel discorso sull’ambiente mentre tutti trattenendo il ghigno gli "abbattono" le mani aspettando l’otto dicembre per “abbattere” l’abete nuovo e metterci le palle di natale.
Questi i cittadini che il potere alleva con premura, li addestra al conformismo ipocrita e li usa come clave alle elezioni promettendogli tanti bei balocchi.
I mass media mostrano che qualcuno davvero li ottiene quei balocchi promessi, il posto, la lotteria, il sussidio e quindi c’è speranza, accade, quindi è vero, domani potrà capitare anche a me.
(w/cody)*


domenica 30 settembre 2018

la Violenza culturale teocon.


Ministri come tal Lorenzo Fontana che assieme al suo consulente spirituale, tal don Vilmar, dichiara che “la fede cattolica ha sempre prediletto la monarchia” e di considerare l’optimum socio-politico il regno di Carlo Magno, fanno rabbrividire.
Sentire che hanno in mente di sabotare se non abolire il divorzio, l’aborto, le unioni civili, il biotestamento e “anche i giornalisti”, fa spavento; leggere che nel novero del “prossimo loro” non rientrano i migranti e che “le donne con un libro in mano” sono uno scandalo da evitare, deve allarmare ogni coscienza civile, ogni essere pensante, ogni spirito democratico.

Senatori come quel tal Pillon che bramano ossessivamente la cancellazione dei diritti acquisiti negli ultimi 60 anni di civiltà, per riportare il Paese e possibilmente l’Europa indietro all'epoca della Controriforma, danno il senso concreto del rischio che si sta correndo avendo affidato a questa gente la guida del Paese, tanto più che si scopre essi rappresentano la avanguardia di movimenti - minoritari ma agguerriti - che pretendono, con ogni mezzo, di imporre a tutti i loro convincimenti - scambiati per verità rivelata - e i loro comportamenti.
Quanto coerenti poi, siano questi comportamenti, lo abbiamo visto dalla partecipazione al Family Day di certi personaggi politici, noti per le loro inclinazioni non certo claustrali.

VIOLENZA CULTURALE è la definizione esatta delle attività di questi movimenti e dei loro leader se si pensa alla legge 40, alle obiezioni di coscienza negli ospedali, alla imposizione del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici, alla invadenza clericale nell'informazione e a tutte le altre nefandezze che stanno meditando di prescriverci.

Costoro pretendono di essere depositari delle ricette per il bene dell'umanità e pretendono di imporre i propri costumi agli altri.

In questa parte dell'Europa, in questa nostra epoca, per nostra fortuna, lo fanno con manifestazioni pacifiche e tendono legalmente ad abolire diritti tanto faticosamente conquistati; qualche tempo fa, lo facevano con la brutalità della tortura, dei roghi e delle esecuzioni capitali.
Come in altre parti del mondo fanno OGGI.
Possiamo dirci fortunati.
Transitoriamente fortunati, la civiltà occidentale li ha costretti a smettere, ma - attenzione - non hanno cambiato idea, sono ancora lì pronti con la tortura e la lapidazione a far uscire il maligno dal corpo delle donne.


Il papa ieri ha parlato pubblicamente con l'AIE, cioè con l'ordine professionale degli esorcisti. 
Esorcisti !!! 
Nel 2018. !

Il Califfo del sedicente ISIS a nei territori del califfato ha organizzato la scuola secondo la più rigida segregazione sessuale - le femmine separate dai maschi – e con la introduzione di nuovi programmi scolastici. Primaria materia di studio è la religione, mentre scompaiono materie come la musica, la filosofia, l’arte, la sociologia, la psicologia e finanche la storia. Sono ammesse materie scientifiche, matematica, fisica, chimica, ma vietatissimo rimane tutto ciò che risulta difforme dal fanatismo religioso, in primis, ovviamente, l’evoluzionismo darwiniano.  

Sono lontani? Non tanto: solo 50 anni fa, qui da noi, le scuole come le chiese imponevano la separazione assoluta fra maschi e femmine e le donne dovevano entrare in chiesa rigorosamente col capo coperto da un velo o da un foulard o una bandana legata sotto il mento. “Metti il fazzoletto in testa”, si diceva alle bambine.

Solo 50 – 60 anni fa, dalle nostre parti, era impensabile per una donna “per bene” uscire a capo scoperto, senza un velo che coprisse i capelli, il burqua nostrano. 

Il consumismo, non tanto l’evoluzione culturale quanto la moda di importazione, ha da noi modificato queste condotte almeno nella sfera dell’apparenza, ma nelle midolla della fede vigente e militante, la sostanza è rimasta quella, la stessa dell’Isis. 

Questi nostalgici del medioevo, della inferiorità della donna, della sacralità del maschio padrone, sono sempre in agguato per approfittare di ogni momento favorevole per riproporre le loro teorie disumane, specie oggi che la democrazia in Europa sta vivendo stagioni difficili e pericolose.

A questa VIOLENZA CULTURALE può seguire la violenza sociale della negazione di diritti fondamentali da parte di chi – ammettono – non ama la democrazia e i suoi effetti su mentalità e società.

Se non ci si decide a reagire, e in fretta, questa violenza ci travolgerà riportandoci indietro in secoli bui, violenti e repressivi che pensavamo – sbagliando – di poter dimenticare.

leggi qui l'intervista a don Vilmar, consulente spirituale di Fontana.




sabato 29 settembre 2018

Vasilij Borshjov Il marinaio di cambusa - Testo di Gianni Maragno e Emanuele Giordano.


Centodieci e lode ai valorosi marinai russi

In questi giorni nel mare di fronte la città di Messina la presenza di un incrociatore della marina militare russa con a bordo la banda militare dell’Accademia Navale di S. Pietroburgo è testimone di un messaggio di pace e fratellanza tra i popoli.
Era il 28 dicembre del 1908, quando un terremoto e un maremoto di terribili proporzioni devastarono le coste di Calabria e Sicilia distruggendo in gran parte le città di Messina e Reggio Calabria.
In quell’occasione la flotta imperiale dello Zar di Russia, impegnata per esercitazioni militari in Sicilia, fu la prima a prestare i soccorsi alle popolazioni colpite dalla tragedia. Un gesto di grande unione che resiste all’usura del tempo e alla superficialità di quegli uomini che non amano, attraverso il passato, costruire un futuro di pace e solidarietà.
Così la visita dei delegati della St. Andrew the First-Called Foundation di Mosca porta con se un ricco programma di studi, concerti, incontri che dal 23 al 26 settembre si terranno a Messina - Taormina - Reggio Calabria. Ad allietare le giornate saranno proprio loro i Marinai russi e italiani che con le proprie guardie d’onore e con le loro bande eseguiranno opere e concerti al cospetto di autorità civili, religiose e militari dei due Paesi.
Anche la città di Matera sarà ricordata in questo contesto per l’opera ideata proprio nella Città dei Sassi:

Vasilij  Borshjov
Il marinaio di cambusa
Cantata  per Orchestra di fiati, Coro e due voci recitanti
Testo di 
Gianni Maragno e  Emanuele Giordano.
Brani letterari russi, 
inquadramento storico-letterario e traduzioni
dei testi poetici a cura di Marinella Mondaini.
Musiche, parafrasi poetiche e  poesie originali 
di Nicola  Hansalik  Samale.


L’Opera è stata eseguita in prima assoluta nel Palazzo Marchesale di Laterza (TA) e ripercorre, attraverso la figura del cuoco di bordo imbarcato sulla nave ammiraglia della marina russa, le vicende legate ai soccorsi prestati nel 1908.

Il 25 settembre 2018, presso l’Università di Messina, l’Opera Vasilij  Borshjov è stata presentata nel corso di un convegno con gli interventi di Marinella Mondaini per quanto relativamente al libretto e agli aspetti letterari, e dal Maestro Michele Amoroso, Direttore d’orchestra e Compositore, per quanto riguarda la tessitura musicale, con l’ambita prospettiva di riproporne l’esecuzione nell'agosto del 2019 sulla Piazza Rossa di Mosca, in occasione del Raduno Internazionale delle Bande Militari; è auspicio condiviso che l’esecuzione possa essere affidata alla Banda della Marina italiana e quella dell’Accademia Navale Russa, insieme al coro della Città di Messina, unite nella musica e sotto l’unica direzione del Maestro Michele Amoroso, docente del conservatorio peloritano intitolato ad “Arcangelo Corelli”. Risalta affettivamente il nome di Michele Amoroso, nipote di un artista materano, l’omonimo pittore Michele Amoroso, che, prima di trasferirsi definitivamente a Messina, volle lasciare un contributo alla sua città natale con la progettazione di un Teatro, i cui lavori ebbero inizio il 1908. Un vanto per la Capitale Europea della Cultura 2019, ma anche un monito, perché su quell’esempio si possa definitivamente porre rimedio alla indecorosa assenza di un Teatro che sia conforme al prestigio e alle tradizioni della nostra Città.

Gianni Maragno

venerdì 28 settembre 2018

cultura, trincea contro la barbarie


Non ho mai conosciuto mio nonno paterno, era nato negli anni 80 dell’800. Lasciò qualche pezzo di sé in una trincea della prima guerra e tornò a casa. Se ne andò qualche anno dopo, in silenzio. Mio padre era un ragazzo allora.
Mio padre mi raccontava spesso di lui, del suo silenzio, della sua austerità, dei suoi stringati racconti, di quella volta che aveva detto:

 “A Gorizia ho visto un teatro: era bello.”





Gorizia. Fronte di guerra dove:

sotto l’acqua che cadeva a rovesci/
 grandinavano le palle nemiche/
(…)
Oh Gorizia, tu sei maledetta /
per ogni cuore che sente coscienza/
dolorosa ci fu la partenza/
e il ritorno per molti non fu.”

A scuola ci dovrebbero andare tutti, diceva mio nonno, come in un sogno di socialista ingenuo: e tutti saper leggere e scrivere e capire la filosofia, l’arte, la storia, la vita dell’umanità, i pensieri della gente. E capire il teatro, il dramma e la commedia. E dopo, ognuno farà il suo mestiere, chi il medico, chi l’ingegnere, chi il calzolaio, chi il contadino. Ma alla sera, dopo il lavoro, il dottore e il calzolaio, che hanno fatto le stesse scuole, si trovano sulla piazza e parlano di teatro e di arte e di filosofia.
Perché tutti possiamo capire e apprezzare le cose belle della vita.
Così diceva mio nonno: anche se di diversa professioni e differente ricchezza, la gente deve essere unita dalla cultura, dai saperi.

A scuola oggi ci vanno tutti, il sogno di mio nonno si è avverato, ma in un modo distorto.
Le persone oggi si incontrano e, qualunque mestiere facciano, parlano fra loro, sì, ma di gol, di campionati, di vestiti e di automobili: di merci oppure di soldi da vincere alle lotterie per poter comprare più merci.

Però, quando penso che un noto ex sindacalista, Cofferati, è uno dei maggiori esperti di opera lirica in Europa, allora credo che mio nonno avesse ragione nel pensare che per esercitare al meglio non solo una professione ma anche solo il “mestiere di essere umano” occorra la cultura, occorra essere immersi in un ambiente che offra stimoli alla creatività delle persone, attraverso la scoperta o la riscoperta delle parole, dei pensieri, delle pulsioni profonde, delle passioni, dei ritmi del corpo e della voce dell’immaginazione.
Proprio nel senso che l’esercizio quotidiano della conoscenza e della scoperta dei territori interiori, oltre che di quelli estesi nel mondo, possa essere l’unica trincea contro la barbarie.

Per decenni, per tenere lontani i ragazzi dalla strada, dalle devianze, per la loro educazione sentimentale e civile e culturale non si è puntato sul teatro, sui centri di lettura, sulle associazioni culturali, sulle biblioteche. Si è puntato piuttosto sui palazzetti dello sport, sugli stadi megagalattici, sulle aggregazioni di giovani in tifoserie pronte a trasformarsi in corpi elettorali compatti e lasciando che in alternativa i ragazzi avessero solo discoteche e angolini bui.

C’è un insostenibile senso di vuoto in una società senza cultura che ha affidato la formazione delle giovani generazioni alla TV e alle compagnie dei telefoni e a chi vuole solo vendere prodotti.
Eppure. Eppure.
Anni fa in una scuola elementare tenni un laboratorio di scrittura creativa collegato a esperienze teatrali per i ragazzi. A fine laboratorio, uno di loro, un bambino di 10 anni, mi disse: 
il teatro è un posto dove non c’è niente, ma ci può succedere di tutto”.
Io pensai a mio nonno e fui felice anche per lui.


domenica 16 settembre 2018

internet, ovvero: chi vo male a chesta casa…


Chi nasce oggi stenta a credere che ci fu un tempo che per inviare un messaggio occorressero kilometri di viaggio e giorni e giorni, mesi perché esso giungesse a destinazione.
Appartiene al mito il corridore di Maratona che per portare la vittoriosa novella, corse 40Km e alla meta scoppiò di fatica. Se Callimaco avesse potuta fare un SMS, Fidippide non sarebbe schiattato per fare il postino.
Però si nota che strumenti che per la capacità di trasmettere informazioni in tempo reale avrebbero sovvertito le sorti di eserciti e salvato miliardi di vite umane, vengono utilizzati, per lo più, per schiaffare nella rete la più vieta paccottiglia che per la portata contenutistica è assimilabile a quelle piastrelle di ceramica che si vendevano (o forse ancora oggi) su certe bancarelle vicino ai santuari e nei mercati su cui erano dipinti pensieri profondi tipo chi vo male a chesta casa…, l’undicesimo comandamento … le età della donna … e consimili ponderose meditazioni.
Nell’era della comunicazione istantanea, insomma, siamo immersi in una cacofonica Babele di messaggi inutili e spesso fasulli.
Grazie alle brulicanti connessioni elettroniche ciascuno urla in rete amenità e pochezze d'ogni sorta, è vero, ma a queste si aggiungono in modo massiccio post e messaggi che è evidente vengono prodotti intenzionalmente da qualcuno. 

Sembra esserci una "industria" di produzione di baggianate emesse a getto continuo al solo fine di far circolare il segnale e far consumare i giga dei cellulari, dai variopinti buongiorno con tazza di caffè alle fake politiche vere e proprie. 

Tali sciocchezze, come per la pubblicità e i programmi TV di prima serata, devono avere la caratteristica di impattare, colpire, attrarre l'attenzione, pena la non rilevanza, e quindi devono essere cool, sorprendenti, accattivanti con l'utilizzo indiscriminato dei coinemi più efficaci riferiti cioè alla sfera sessuale, alla salute, alla morte, che assicurano l'impatto certo sulla platea.


In questo contesto assordante di comunicazione a bassissimo tenore contenutistico ma alto impatto emozionale si verificano i fenomeni del rifiuto dei vaccini, delle scie nel cielo, delle medicine fai da te, delle ricette per sedurre, la antica paccottiglia fra magia e chiromanzia della più oscura ignoranza.

La tecnologia ha modificato i tempi di trasmissione delle informazioni, ma la stagione del pensiero e della libertà è ancora molto lontana.


giovedì 13 settembre 2018

Il vaffa di lotta e di governo - 2

Da dove deriva la popolare convinzione diffusa – e assurda - che non occorra preparazione per governare un paese?
Dalla televisione, temo.
Dai quiz alle prove di cucina, ai talent, agli amici, ai tronisti, a tutta quella spazzatura che per tenere incollata la gente a subire spot pubblicitari (unica finalità delle TV), blandisce il pubblico per farlo sentire, il vero centro - invece – dell’intero mondo. 
I quiz alla Mike Bongiorno con concorrenti preparatissimi che sanno milioni di cose, oggi disturbano lo spettatore che subito comincia a detestare quel concorrente tanto sapiente, che lo fa sentir male: ma chi si crede di essere? pensa e cambia canale. 
Se invece il concorrente, nei quiz alla Bonolis, non sa rispondere alle domande più elementari, lo spettatore sente di essere più bravo lui di quello che sta in TV, e si sente gratificato della propria sapienza (ignorando che i concorrenti li scelgono con cura, a bella posta, fra quelli che non sanno rispondere) e non si stacca più da quel programma che lo fa sentire tanto più bravo dei concorrenti-
Tutto ciò al fine di trattenere il pubblico a seguire tutti gli spot che son la ragion d’essere della TV. 
Ben presto, lo spettatore medio, scopre di sapere molte più risposte esatte dei concorrenti e coltiva della propria “sapienza” un’idea sproporzionata sino alla convinzione di poter benissimo, lui stesso, vincere ai quiz, allenare la nazionale di calcio meglio del Bearzot di turno e quindi governare il paese meglio di tanti altri. 

L’immedesimazione con personaggi pubblici compie il resto dell’opera: quanti sono nel popolo quelli che hanno pianto alla morte di Carlo Azeglio Ciampi? Pochissimi. 
Quanti invece si sono disperati alla scomparsa di Frizzi
Qui la chiave: Ciampi è lontano, assente e disturba, come i primi della classe: ma chi si crede di essere? Intellettuale, radical chic, ecc. 
Frizzi invece è come noi, come me, anzi magari un po’ meno, con quella sua bonomia… quindi mi ci immedesimo e se dovessi votare, voterei per Frizzi che è come me
E se mi immedesimo in qualcuno, vorrei che fosse quel qualcuno a governare, perché è come se fossi io stesso a governare. 

Il M5S dice fanculo a tutti, beh, proprio come faccio io, privo di argomenti come sono, e quindi è come me, come noi, uno di noi, e sicuramente, governando come governerei io (che sono il top) governerà bene, anche se (proprio perché) è “competente” esattamente come me.

La restante parte l'hanno fatta i talk-show.

Il vaffa di lotta e di governo.



l'uomo è fatto al 90% di acqua

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Quando ho commentato sui social gli strafalcioni di costui, fra gli insulti di vario genere che non vale la pena riportare, mi fu replicato che “mica solo quelli del classico possono fare politica” e più di recente “lo giudicherò per i risultati. Solo per quelli. Per il resto potrebbe parlare anche in dialetto.

Argomentazioni piuttosto diffuse che segnalano come diffusa sia la convinzione che non sia necessaria preparazione alcuna per amministrare uno Stato e governarne le sorti.
A un uomo di Stato, non si chiede di saper riparare lavatrici: tale competenza sarebbe superflua e irrilevante. 
A un riparatore di lavatrici non si chiede di conoscere la filosofia del diritto: tale competenza sarebbe superflua e irrilevante: deve saperla  aggiustare la lavatrice.

A chi debba amministrare uno Stato, invece, si chiede di conoscere la storia del paese, la geografia del paese, la cultura del paese, le sue dinamiche sociali, e se deve interagire con l'estero, gli si chiede di conoscere i trattati internazionali, e mille altre cose, giusto perché non cada in errore e non si faccia trarre in inganno dai volponi con cui dovrà interagire. 

A un uomo di Stato si chiedono sapienza e cultura superiori alla media perché per scegliere, decidere, governare, distinguere alleanze, discernere rischi, comprendere a fondo un testo scritto, occorre saper utilizzare sottigliezze della lingua e profondità di concetti; sapienza e cultura gli servono come la falce al mietitore, la farina al pizzaiolo, la sega al falegname, al fine di raggiungere RISULTATI.

Per cambiare un paese occorre avere una “vision”, si dice adesso, un progetto di società che comporta, di base, lo studio prolungato delle dinamiche sociali, della economia, delle prospettive produttive, dell’architrave industriale del Paese; conoscenza e cultura sono indispensabili a quella che si chiama ideazione, 
Se si vuole "CAMBIARE", anche solo una lampadina, occorre sapere per lo meno dove mettere le mani. 

Per cambiare uno Stato e le sue leggi dobbiamo dire che uno vale l'altro? O un costituzionalista o un imbianchino, lo sanno fare allo stesso modo? 
Un intervento chirurgico ce lo faremmo fare indifferentemente da un medico o da un carrozziere? 

Grammatica, sintassi, lingua sono lo specchio del pensiero: di pensieri asfittici e approssimativi ne abbiamo già avuti fin troppi nei governi che ci hanno devastato negli ultimi decenni; se il vaffa di lotta è risentimento e negazione dialettica, il vaffa di governo dove ci porta?

A sei-sette mesi dal voto, al di là delle chiacchiere al vento, non si vede ancora nulla di questo "cambiamento".

Come già B, diranno che non li hanno fatti lavorare?