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martedì 13 febbraio 2018

San Valentino il giorno delle ceneri.


Quando si dice le date storte.
La festa è gioia e solitamente le ricorrenze della chiesa coincidono con gli interessi del commercio.

A Natale infatti si stravende d'ogni roba, dalla mangiatoria al vestiario, dal gioiello per sempre all'effimera sciocchezzuola del pensierino a piacere; così a Pasqua, così a San Giuseppe, festa del papà e festa dello zeppolaro, e così alla festa della Mamma nel mese mariano, che si vendono pure le azalee quante nemmeno tutto l'anno si riuscirebbe mai, con gran soddisfazione dell'azalista; e così a Ognissanti convertito ormai nell'horror dell'allo-uin e all'Epifania gioia dei bimbi, e a santa Barbara festa del bimbo e del pompiere, per non parlare del giorno di San Valentino, data in cui i fiorai fanno gli straordinari e i gioiellieri schierano in vetrina la ferraglia più luccicosa, per l'annuale travaso di risorse che si spostano dagli innamorati ai commercianti.

In queste sacre ricorrenze, lecito è, anzi quasi vien d'obbligo, festeggiare in letizia con spese e con effusioni d'affetto e d'amore che rinfrancano lo spirito e ristorano la carne.

Ma quest’anno il 14 febbraio, San valentino, festa degli innamorati, cade anche la giornata magra delle ceneri e qui le cose si complicano.

Al fedele praticante non si vieta di portare i soldi al fioraio o al bacioperuginista per dimostrare il vero amore per la dolce metà, no, quello può farlo liberamente; gli si prescrive, invece, digiuno e astinenza dalla… carne.
Il messaggio è chiarissimo: dire digiuno significa digiuno, significa già non mangiare nulla, né pasta, né contorno e ovviamente manco la carne: se si precisa “astinenza dalle carni” si lancia un messaggio ben preciso agli innamorati italici e cattolici: niente … carne.

E qui, mazzo di fiori in mano, anello nella tasca, si pone il dilemma della fede:
carne o ... fioretto?






sabato 10 febbraio 2018

classi sociali


Manca del tutto, in questa campagna elettorale, la lettura economica e sociale del paese e mancano, di conseguenza, programmi e progetti.
Mafia, evasione fiscale, debito pubblico, sanità sempre più costosa, lavoro, giovani che non avranno pensione, inquinamento, corruzione, analfabetismo dilagante, fuga dei cervelli – questi fra i problemi più gravi del Paese – non sono sull'agenda né dei comizi televisivi né delle “riunioni” elettorali. I dibattiti sono vuoti e incentrati su finti problemi (fake-news, ecc.) o tecnicismi procedurali, immagine speculare del desolante livello cui si è ridotta ogni opposizione nelle varie amministrazioni italiane.  
Mai si sente contestare nella sostanza le decisioni prese dalle giunte al potere; si ascoltano solo minuetti di maniera sulle “verifiche”, sul “numero legale”, sulla democratizzazione delle decisioni, con quello che significa.
Scomparsi i tempi in cui si condannava i governi per scelte sbagliate dietro le quali – spessissimo – si nascondono interessi privati o corruzione. Questa attività è demandata ormai alla sola magistratura, la contesa politica non se ne occupa più, se non per ridurre la capacità della magistratura di acclarare i fatti con lacci laccioli e allungamento dei tempi sino alle tanto attese prescrizioni.


E intanto il paese si impoverisce, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più numerosi e sempre più poveri, ma la politica ha altro da fare.

martedì 30 gennaio 2018

Carnevale di Matera 2018


In tutto il mondo l'animazione se la finanziano i bar, i ristoranti, i villaggi turistici, quelli cioè che poi incassano dalle consumazioni dai turisti.


Perché invece a Matera i commercianti pretendono che l'animazione accalappiatrice sia pagata dai cittadini (dal Comune)?
Loro incassano (a prezzi da rapina) e noi dobbiamo pagare le attrazioni.

Addirittura ci sta chi subordina la messa in onda di programmi TV sulla propria emittente allo stanziamento di somme da parte del Comune. Non gli basta vendere gli spazi pubblicitari a quei medesimi suddetti commercianti? Non è questa la norma di un network commerciale? 
Ma che paese è questo?

Liberisti quando non vogliono pagare le tasse, statalisti quando si tratta di investire nella LORO attività. 

Poi - per giunta - ci viene triplicata la TARSU per raccogliere e smaltire la massa enorme di rifiuti che LORO producono.
Ma che paese è questo?

Le Associazioni di categoria dei commercianti,  molto interessate, chiedono, 
protestano,
 rivendicano esprimono comitati tecnici e reclamano la pila.

E si capisce.


L'opposizione interna eccepisce che per dare soldi al carnevale occorrono bandi e  trasparenza; tradotto significa che (come per ogni cosa) l'hanno tirata tardi così, all'ultimo momento, "non ci sono i tempi tecnici" per fare bandi e quindi i soldi si assegnano con... ehm... discrezionalità. 
Insomma, non si oppone alla spesa, no, vuole solo partecipare alla tavola delle distribuzioni.

Dall'altra parte l'opposizione "de-luxe" (come gli hotel) eccepisce in politichese che la maggioranza è divisa e bla bla bla...
Che tradotto vuol dire: qua fate tutto voi e a noi niente.

Nessuno dice la cosa più ovvia: i mercanti, l'animazione di carnevale di pasqua di natale, se la debbono pagare loro coi  tantissimi soldi che intascano ogni giorno dai flussi turistici sfruttando la visibilità della città che è di tutti, non devono essere i cittadini a pagare l'animazione.

Ma i cittadini-non-mercanti, una associazione di categoria che li rappresenti non ce l'hanno? 

E che aspettano a crearne una?

sabato 27 gennaio 2018

l'Italia ha bisogno di una nuova liberazione.


La Giornata della memoria.

Giornata della memoria.

l’Armata Rossa il 27 gennaio 1945 entrò nei campi di sterminio nazisti trovandovi ancora 7000 esseri umani non ancora passati per le camere a gas e per i forni crematori e i resti di milioni di esseri umani assassinati nelle maniere più orrende, passati per il forno e derubati, i cadaveri, finanche degli occhiali e dei denti d’oro.


Milioni di persone vi erano state orrendamente massacrate, in modo sistematico, calcolato, scientificamente organizzato, come una catena di montaggio, come per i suini di allevamento, come per i polli da scannatoio.

Milioni di persone, deportate nei campi per esservi sterminate, erano state razziate dalle loro case in quanto di religione ebraica, o perché comunisti, o perché zingari, o perché disabili, o testimoni di Geova, in un incubo chiamato “selezione della razza”.

Il Vaticano, all’epoca, nulla ebbe da ridire su questa indicibile ferocia, impegnato com’era a benedire le armate nazifasciste e a definire Mussolini “l’uomo mandato dalla Provvidenza”.

Nulla disse il Vaticano quando nel 1938 il fascismo italiano varò le leggi di discriminazione della razza e con i nazisti avviò la deportazione di ebrei, comunisti, disabili, dissidenti italiani verso lo sterminio nei lager. Interi quartieri di Roma venivano rastrellati da cattolicissimi italiani in orbace che consegnavano alle camionette naziste i propri vicini di casa e ne saccheggiavano gli averi. Nessuna opposizione, nessun veto, nessuna condanna dal Soglio Pontificio: nulla. Silenzio. Nulla disse e ancor oggi, salvo tiepidi fervorini di maniera, nulla dice.


Dopo il 1945 i criminali di guerra nazisti, ricercati dagli Alleati, cercavano scampo in ogni dove per sottrarsi ai processi e alla giustizia che voleva processare e punire quegli orrendi crimini.


Molti di questi criminali nazisti trovarono rifugio, ospitalità, nascondiglio in Vaticano e molti di loro, con documenti falsi forniti dalla Chiesa riuscirono a raggiungere dorati rifugi in America latina e in altre parti del mondo.
Pio XII, anzi, tentò di imporre a De Gasperi l’ingresso al governo italiano degli ex fascisti e scomunicò i comunisti che avevano contribuito a sconfiggere il nazifascismo. Tanto per capire da che parte stava il Papa e la sua Chiesa.

Questa la Storia.

Ebbene i TG e altre fonti di informazione e celebrazione menzionano, come ogni anno, in modo generico le vittime dei campi di sterminio e citano sempre Padre Kolbe, un prete cattolico che essendosi opposto al nazismo fu assassinato dalla Germania nazista e da qualche tempo anche la suora mistica Edith Stein. Nessun altro nome: solo Kolbe e Stein, come se le uniche vittime del genocidio nazista fossero cattolici. 

Citare il solo Kolbe e dar subito la parola al Papa determina nell’ascoltatore giovane o disinformato convincimenti errati circa il ruolo della Chiesa nei fatti di quegli anni. Molto speciosamente errati.

Su questo sito che narra la orrenda vicenda di Kolbe si arriva con sfacciataggine a definire i Nazisti “anticristiani”.
Le SS e i nazisti, in realtà, erano cristianissimi e in nome della presunta superiorità della loro fede e della loro razza avviarono il genocidio degli aderenti alla fede ebraica e ad altre ideologie. 
Fregiandosi del motto “got mit uns” (dio è con noi) perpetrarono il più orrendo crimine che la umanità ricordi ai danni di civili innocenti, colpevoli solo di esser portatori di fedi e pensieri diversi.
Possibile che dobbiamo continuare a tollerare questo ignobile uso dell’informazione tesa a fornire versioni accomodate e sbagliate della Storia e della attualità?

venerdì 26 gennaio 2018

Giovanni Caserta - Matera...una città di cartone?



Fra amici, da tempo, teniamo dei forum sui temi del giorno. 
Via e-mail. 
Sì. Utilizziamo questo antiquato strumento elettronico che però sopperisce alla difficoltà oggettiva di incontrarsi di persona e in gruppo, essendo le aggregazioni culturali o politiche ormai desuete e non più funzionali alla gestione del consenso. 
Scambio di e-mail con "rispondi a tutti". 
A volte si tratta di brevi battute, brevi commenti, due righe a cui qualcuno replica; a volte si tratta del link di un qualche articolo o di post su questo blog o su Giornalemio.it.
A volte si tace. 
A volte gli interventi sono più lunghi e il seguente è uno degli interventi meno brevi e decisamente interessanti su cui sarebbe auspicabile una riflessione e un (scusate la parolaccia di questi tempi politically uncorrect) un ... dibattito.

Matera... una città di cartone ?
Con astuta combinazione, nei giorni scorsi, si è annunziato, in tutte le forme, che il giorno 19, alle ore 19,19, avrebbe avuto inizio la costruzione di un monumento della città di Matera. Il tutto sarebbe avvenuto con forme di cartone, che avrebbero funzionato da pietre da costruzione per lo più in forme di parallelepipedo, in tutto simulanti gli antichi blocchi di tufo. Sarebbe stato l’evento “numero uno” in riferimento al 2019, anno della proclamazione di Matera a capitale europea della cultura. La costruzione, fatta con la ineludibile collaborazione della cittadinanza, sarebbe stata “sfasciata” la sera successiva. Naturalmente, quando si dice “cittadinanza”, si dice scuole di ogni ordine e grado, cioè centinaia di studenti contenti di abbandonare i banchi, dove avrebbero imparato un po’ di matematica, latino e greco, una volta considerati più “culturali” che il trasporto di parallelepipedi di cartone. Però, da quando Matera è Matera 2019, capitale della cultura, di questa si hanno e si danno idee giocose, purtroppo non nel senso che all'aggettivo dava Giovanni Pico della Mirandola. A me, invece, è venuto in mente che, nella tradizione culturale della città di Matera, e nel suo più profondo senso antropologico, quando si voleva dire di una persona che era un testone, ovvero una testa vuota, si diceva “capo di cartone”.
Ovviamente, ancora una volta, tutto si sarebbe svolto in forma di volontariato, quindi non pagato, tranne, ovviamente, che per l’artista e i suoi collaboratori venuti da lontano.  
Le cronache, magnificamente dirette da TRM e da RAI3 di Basilicata, hanno annunziato e precisato che la costruzione simboleggiava la chiesa di San Pietro Barisano con campanile, alto, naturalmente, 19 metri. E siccome il cartone è cartone, cioè è vuoto, fatta l’opera, si sarebbe presto proceduto alla sua distruzione e alla sua “rottamazione conservativa”: bella idea e bella espressione che a pochi, a Matera, sarebbe venuta in mente. Qualche cafone materano, infatti, poteva pensare che lo si sarebbe bruciato in piazza. Non è forse vero – ci hanno ricordato uomini venuti da lontano – che Matera è la città in cui il carro della Bruna non viene bruciato, ma semplicemente spogliato delle “figure” di cartapesta, poi conservate? Insomma, ci hanno voluto far capire che a Matera la raccolta differenziata è cominciata cinque-sei secoli fa. Di conseguenza, una volta “sfasciato” il campanile di cartone con chiesa, si sarebbe preceduto alla conservazione di un pezzo esemplare, che, consegnato a Raffaele Pentasuglia, sarebbe stato inglobato nel prossimo carro della Bruna. E poteva mai mancare il Carro della Bruna? Raffaele Pentasuglia, per la cronaca, è anche l’autore di un busto a Pascoli, da sei anni mai sistemato e giacente nella polvere chissà dove.
Che cosa abbia prodotto questa ulteriore performance ideata da menti illuminate, venute da lontano, non so. Abbiamo sentito che avrebbe dato qualche ora di gioia ai materani, che, di fatto – abbiamo visto -, hanno ballato in piazza, come a Rio de Janeiro e Cacao Meravigliao. E vada. Il carnevale, a Matera, dura ormai da tre anni e più. Ed è un carnevale costoso. Sulla scia del borbonismo tradizionale, siamo a festa, farina e forca (cioè alti prezzi, multe e tariffe in progressione, spese pazze, salotti pubblici “sempre più buoni” con fitti privati “sempre più alti”, periferie sempre più abbandonate, caffè a Matera a 1 euro, ad Altamura a 80 centesimi…). Come se ciò non bastasse, ora ci si mette pure la Giunta comunale, con un carnevale - si dice - di 200.000 euro, in una città che non ha carnevale nella sua storia, tranne la donna che si veste da uomo e l’uomo che si veste da donna. Che si vuole di più?

Inconsapevolmente, scherzi freudiani, con la costruzione in cartone, i suoi ideatori hanno prefigurato la città che ci lasceranno: una città di cartone. Nessuno, infatti, sa dire che cosa di materiale e concreto, in termini di strutture e infrastrutture, il 2019, in questi tre anni, ha prodotto. Si canta e balla. Matera s’amuse. Intanto sussiste il cimitero della Valbasento, langue la Ferrosud, emigrano i giovani e non giovani. All’anagrafe, intanto, questi gli ultimi dati della popolazione di Matera 2019, nonostante le immigrazioni dalla provincia e le immigrazioni extracomunitarie: 31 dicembre 2014: ab. 60.524; 31 dicembre 2015; ab. 60.436; 31 dicembre 2016: ab. 60.351. In calo, comunque in calo


Ogni due settimane da Matera partono furgoni con vettovaglie e aiuti, anche finanziari, ai materani emigrati, studenti e lavoratori altrove. Sono beni e soldi che, sottratti ai genitori e ai nonni degli emigrati, spogliano la città e vanno al nord. Mi viene una idea, una piccola idea. Ma perché, al posto dei furgoni, non si usa il carro della Bruna? Si risparmierebbero, se non altro, le spese di trasporto.  E sarebbe una bella propaganda, a Matera capitale della cultura 2019.  Di cartapesta, naturalmente.
(Giovanni Caserta)
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A proposito di furgoni e vettori che dalla Basilicata a Parma-Pisa-Milano-Sassuolo-Bologna-Europa, portano su e giù i nostri figli e i nostri nipoti che - seguendo le orme dei nonni e dei bis-bisnonni - tramandano ancora la antica usanza della emigrazione, il Prof. mi segnala anche il seguente filmato comparso sul sito de La Repubblica di ieri.
La ricerca giovanile dell’impiego, per una parte consistente del Paese, è divenuta uno status attorno al quale nascono originali iniziative imprenditoriali e di servizio: come quella campana del filmato.
Viaggi della speranza e ricerca di un impiego sono ormai una attività duratura e obbligatoria, una specie di coscrizione, costosa e deludente che provoca risentimento sociale diffuso.
La frustrazione e il risentimento scartavetrano fortemente la coesione della società e il senso dello Stato e divengono brodo di coltura di populismi pronti a ogni deriva.
Ed è proprio quello di cui l’Italia non ha bisogno.
(w/cody)*






lunedì 8 gennaio 2018

Un'enorme architettura per Matera 2019

Un'enorme architettura per Matera 2019


mmahh... la cultura ... dovrebbe fondarsi innanzitutto sulla conoscenza della lingua italiana: non c'è materia, scientifica e non, che possa prescindere dalla lingua ché in essa sono i parametri - esatti - di condivisione delle conoscenze. 
Il termine "Architettura" indica l'ARTE e la tecnica di ideare e costruire edifici; non si può usare il termine architettura, per indicare un "manufatto". 

Un palazzo, di cartone o di mattoni che sia, non è una architettura è un edificio, è un manufatto, una struttura, ma non è una architettura. 
E l'architettura, poi, non può essere ENORME. 
Mica ha senso dire una enorme filosofia, mica ha senso dire una enorme matematica. 
Ecco: una addizione a due addendi è una operazione, non è una matematica, mentre una equazione a 3 incognite non è una "enorme" matematica, è solo una formula. 
La CULTURA: adesso si sposta dal peperone crusco al castello di cartone. Beh, ci si evolve.
A breve il castello di sabbia con paletta e secchiello e i campionati rionali di nascondino.
Cultura, ragazzi, cultura!
A proposito: quanto costa questa ENORMITA' ?

giovedì 4 gennaio 2018

programmi TV e di governo

Quello che era solo un sospetto trova conferme quotidiane: le emittenti TV fingono di farsi concorrenza, come le cosiddette “regole del mercato” non si stancano (fingono) di suggerire. Se fossero in concorrenza vedremmo per esempio che se su Rai 1 va in onda un programma di ricette di cucina in diretta, su Banale 5 dovremmo vedere un film; se su LA7 danno un confronto fra politici e giornalisti, su Rai3 dovremmo poter scegliere un varietà. La concorrenza dovrebbe cioè consistere nella offerta di programmi DIVERSI e meglio confezionati per invogliare lo spettatore a scegliere quello che più gli interessa. Invece accade che al mattino TUTTE le emittenti trasmettano esattamente lo stesso identico programma  di notiziole, moda e frivolezze; a seguire, lo stessissimo programma culinario, poi i TG (identici), mentre al pomeriggio partono le “ammiraglie” con lo stesso uguale programma morboso di pettegolezzi e cronaca nera. Non c’è da scegliere: se accendi la TV ti tocca vedere quello che loro hanno deciso che tu debba vedere. E se al momento della interruzione pubblicitaria provi a cambiare canale, scopri che su tutti gli altri canali, contemporaneamente, vanno in onda gli stessi identici spot, così non ti possano sfuggire i “vantaggi” della roba che vogliono tu vada a comprarti.
Mi spiegano, gli esperti, che palinsesti così concepiti sono determinati dagli inserzionisti - i finanziatori delle TV commerciali - che al mattino pubblicizzano alle massaie prodotti per la cucina e la casa, e a seguire prodotti  (e programmi) mirati per la fascia di ascolto, e così sino a notte fonda.
L’unica differenza, nella offerta dei vari programmi TV è il conduttore; ogni rete, alla stessa ora, trasmette lo stesso identico programma, ma con un conduttore diverso, scelto fra quelli che i sondaggi indicano come i più seguiti e più acconci a raccogliere la simpatia della gran massa degli spettatori: non rileva se siano competenti o preparati, conta solo che siano ritenuti graditi dal pubblico e non costringano lo spettatore a usare il cervello, sennò quello cambia canale.

Però, rileggendo, scorgo una somiglianza, intravedo una analogia. Ma guarda! Sembra proprio di vedere nel sistema dei palinsesti TV ciò che accade alla politica. Anche in quel campo i partiti propongono ciascuno un conduttore diverso,scelto con i criteri di sopra, ma il programma, il programma è sempre lo stesso. Accade così che noi andando alle urne a esercitare i nostri diritti democratici, possiamo liberamente scegliere il conduttore, ma il programma è sempre lo stesso.
Non sarà che anche in questo caso il palinsesto sia dettato da chi finanzia la trasmissione?

martedì 19 dicembre 2017

FAKEBOOK – IL PROFILO DEL MERCATO REGOLATORE.


Di recente aprendo google dallo smartphone mi viene proposto, come se fossero ricerche già effettuate, righe informative di varia natura: campionati di calcio, ultimo disco di Tizio, nozze tra Vip e altre simili amenità. Accertato che non io – mai – ho effettuato ricerche su tali esiziali tematiche, ne consegue chiaramente che il citofono da tasca mi sta “suggerendo” i temi di cui sarebbe opportuno io mi interessassi, a somiglianza di tutti coloro, ben numerosi, che già si sono convinti essere quelli – calcio, pettegolezzi sui Vip, porcherie sui politici, delitti morbosi, incidenti sanguinosi – i loro più profondi e unici interessi. Per esempio in una delle pagine del profilo google si propone all'utente di cercare gli argomenti preferiti offrendo la prima scelta fra questi: Milan Calcio, Football Internazionale, Napoli calcio, meteo, ecc. Preoccupato, il sistema, poi domanda: Non vedi i tuoi argomenti preferiti? E quindi invita, o meglio: ordina, con l’indicativo imperativo di ogni spot: “Segui squadre sportive, band, celebrità, hobby” e di seguito apre una schermata di temi opzionabili quali: Sport, TV, Cinema, Musicisti, Atleti, Attori, Personaggi pubblici, Business. Hobby, Moda, Tendenze. In ultimo c’è anche “Notizie e Politica” accanto a Tecnologie che è altra pubblicità di nuovi apparecchi che proporranno di occuparsi di Sport, Vip, ecc. Cliccando notizie e politica, si apre altra schermata con l’offerta delle preferenze. Africa, Asia, Brexit, Clima, LGBT, Korea, ecc. Già: LGBT, tema opzionabile fra meteo e pallaqqualcosa, così, in un click, oltre alle nostre inclinazioni politiche vengono a conoscenza anche degli orientamenti sessuali. Su certi modelli è preinstallata una APP di notizie che porta alle prime pagine di alcuni quotidiani: scelti dal fabbricante che decide cosa l’utente debba leggere e da quali testate. Su altri modelli è preinstallata la APP – manco a dirlo – di squadre di calcio, materia del tutto obbligatoria nella società civile, come il latino al liceo di una volta.
Duplice è l’effetto del meccanismo: in primo luogo esso opera attentamente per massimizzare la omologazione degli utenti intervenendo a fondo sulla coscienza e sulla identità della persona: un pubblico assimilato e appiattito su interessi a basso contenuto culturale consente risparmi di scala nella comunicazione pubblicitaria.
In secondo luogo le procedure acquisiscono e stipano informazioni complete su ciascun utente che – ben felice di essere ridotto a “profilo” – fornisce spontaneamente nome, data di nascita, telefono, mail, indirizzo, orientamenti culturali, politici, religiosi, sessuali, e di consumo: l’analisi comparata di ogni ricerca effettuata nel sistema consente di fotografare in modo completo la personalità dell’utente, dal suo stato di salute al numero di scarpe.
Queste informazioni sui profili sono la fonte dell’enorme arricchimento dei proprietari dei social perché possono venderle a chiunque abbia prodotti da collocare in modo mirato a coloro che ne abbiano manifestato più o meno esplicitamente il bisogno.
Il lavorio manipolatorio sulla omologazione del pensiero e delle conoscenze e degli “interessi”, sfocia direttamente sulla costruzione della identità. L’utente “nativo” di queste tecnologie avrà consapevolezza di un sé disegnato secondo i canoni da altri stabiliti, per cui dirà serenamente di se stesso: io sono un milanista, io sono un “alfista”, non venendogli neanche in mente di essere un individuo pensante o un cittadino e non il derivato di un prodotto commerciale. Chi sono io? E dirà di sé: io sono quello che veste-prada, io sono quello che la politica è tutto uno schifo, le donne sono tutte così, il sogno di tutta la mia vita è una BMW, gli immigrati sono colà, la fortuna al gioco, e tante emoticon al posto dei sentimenti, coltivando la convinzione di essere se stesso nella misura in cui riesce a conformarsi al prototipo di utente medio portato a modello dai media.  Omologato ergo sum, nella marmellata sociale che Andrzej Stasiuk, ha definito il “sottoproletariato dello spirito“.
Finanche emozioni e sentimenti cessano di essere prodotti dal singolo; l’utente medio si limita a scegliere una delle faccine che altri hanno creato per tutti sino alla atrofia dei sentimenti personali sostituiti al nascere da faccine identiche a quelle degli altri, col risultato di aver concezione solo di faccine senza più (o mai) la dimensione delle immense capacità che la mente umana ha di sentire al di fuori di quelle quattro proposte: rido, mi incazzo, lacrimuccia, mi sorprendo; altre “emozioni” non sono date, ergo sono fuori corso, anzi: non esistono.
Nelle polemiche di finta politica si parla dei social come portatori di fake news dimenticando che ai social non interessa se una notizia sia vera o falsa, gli interessa solamente che faccia sensazione per attrarre l’attenzione dei destinatari della pubblicità, né sono interessati alle sorti dei popoli. Miliardi di utenti approcciano la realtà attraverso la lente dei social e questo medio evo di ritorno vede ormai strutture sovranazionali che hanno il governo reale del pianeta e ne determinano le sorti tenendo gli abitanti in un paese dei balocchi pieno di sogni, di calciatori e di faccine che augurano il buongiorno con tanti fiori e tanti giga ogni mattina.
Gli Stati hanno rinunciato ad essere i regolatori del mercato e anzi il mercato è divenuto il regolatore di ogni cosa, secondo il folle schema liberista globale che dal 1989 arde in un riesumato sistema feudale, mentre povertà, disoccupazione, inquinamento irreversibile mietono vittime che nessuno più conta e a pochi passi tragedie immani provocate dal sistema del “mercato regolatore” sfociano in guerre, stermini, migrazioni di massa, genocidi, desertificazioni, rarefazione dell’acqua. Temi che non ci sfiorano neppure o che al massimo ci fanno cliccare una contrita faccina con la lacrimuccia d’ordinanza imparata dai TG.
Deriva globale che ciascuno osserva nella impotenza della solitudine e nella incanutita e abdicante speranza che le giovani generazioni (cioè qualcun altro) possano trovare l’energia di ribellarsi alla conclamata dittatura del “mercato” e del profitto senza limiti.


leggi anche su GIORNALE MIO  -  qui:

Ai social non interessa se una notizia sia vera o falsa, gli interessa solamente che faccia sensazione per attrarre l'attenzione dei destinatari della pubblicità i quali offrono spontaneamente i propri dati   ...

sabato 11 novembre 2017

ladri di fiori


Mi hanno rubato tre piantine grasse dal giardino. Graziose e delicate, regalo e ricordo di amici cari, stavano in un vasetto di terracotta sul bordo del muretto: le hanno spiantate e se le sono portate via, presumo dopo un occasionale sopralluogo.
Che dire?
Miserabili.
Di quella specie tignosa cresciuta a pane e invidia che nulla di buono fa nella sua vita e la dedica a sciupare quella altrui. Staranno, ora, le mie piantine, nella casa di qualcun altro, che, guardandole, avrà il duraturo ricordo della propria pusillanimità.
Non credevo che il fenomeno fosse tanto diffuso. Ho guardato in internet alla ricerca di un’immagine per questo post e sul tema ho visto un oceano di cartelli, per lo più vergati a mano, che inveiscono, minacciano e maledicono questa genia di marioli che si distingue nella categoria dei ladri in quanto arreca alle vittime un dispiacere di gran lunga superiore al valore intrinseco della piantina o dei fiori da morto portati via.
Me lo dicevi, e te li davo io i cinque euro per andartela a comprare, una piantina uguale.
Per questo parlo di invidia, più che di ruberia. Sono quei miserrimi personaggi che rompono la bicicletta degli altri perché loro non ce l’hanno, che rubano il pallone non tanto per giocarci loro, quanto per togliere il piacere agli altri. È la gioia degli altri che li fa soffrire e che vogliono cancellare e non potendo sopprimere le persone infieriscono sugli oggetti. Ma che bel giardino, pensano, che belle piante. Il mio non è così. E soffrono. E rubano le nostre piantine. Miserabili, appunto.
Diffusa anche, a quanto pare, è la figura del rubatore di piante e fiori al cimitero: invece di andarli a comprare, i fiori li trovano già belleppronti sulla tomba poco lontano. E qui siamo forse a un altro livello.
Perché portano i fiori ai morti?
  - Perché essi dall'alto ti vedono e apprezzano il gesto? Ma se dall'alto essi morti lo vedono che li stai rubando da un’altra tomba, apprezzano lo stesso il dono floreale?  
 - Perché il loro dio onnisciente apprezza il bel gesto? Ma se lui lo vede che li stai rubando, i fiori, che razza di bel fioretto stai facendo?
Quindi possiamo escludere che siano queste o consimili le motivazioni del furto, che già presupporrebbero la coltivazione di un sentimento di una qualche nobiltà.
 - Perché gli altri visitatori dicano: “oh, che bella tomba!”? 
E qui ci avviciniamo al vero e ci riportiamo al profilo del mariolo di fiori del mio giardino.

Prima che ladri, essi sono miserabili. 

Dediti all'apparenza quale valore unico della loro inutile esistenza, e privi dei neuroni necessari a far da sé, soffrono indicibilmente dell’apparenza altrui - 
oscura essendo alle loro menti bonsai la categoria della sostanza -  e così tendono a sporcarla e a mutilarla per alleviare il malessere che li accompagna per tutta la vita, condannati a vagare fra le bellezze altrui.

Bisogna avere pietà della loro sofferenza interiore.

E di fronte a tante sofferenze morali occorre intervenire e affiancavi anche delle sofferenze fisiche, sì che la loro mente svigorita si distolga, almeno per un po’, da quelle morali.
Per pura misericordia.


venerdì 3 novembre 2017

il FOGLIO non ama Matera



Tutti vanno a Matera. Ma perché?


Questo articolista non capisce cosa ci trovi la gente a visitar Matera; non capisce cosa ci trovi la gente a fare l'amore (per lui l'amore è "copulare in modo ferino e lo dice con tono davvero schifato); non capisce perché mai le donne debbano essere attratte dalla lettura, infatti secondo lui bisognerebbe impedirglielo, opinione pubblicata su “Libero” il 30 novembre 2011 (Togliete i libri alle donne così torneranno a far figli). Che strano: lui i libri li scrive, ma desidera che metà dell’umanità non li legga. Come si spiega questa contraddizione? Ma non sarà per caso che, al contrario, le donne i libri suoi non se li filino proprio? E magari neppure l’autore? E questo, diciamo, lo irrita un tantino?
Questo articolista si occupa di gastronomia, ma non capisce come possa avere successo Carlo Petrini il gastronomo di slow-food che, data la stimabilità internazionale, viene definito da Time-Magazine uno dei pochi “eroi del nostro tempo”. Petrini piace a tutti? E a lui no. Forse perché non è di Potenza. Però, questo articolista neppure concepisce che l’ottimo scrittore potentino Gaetano Cappelli usi termini non italiani, violando la regola autarchica del DUCE che proibì l’uso di parole straniere a salvaguardia della italianità. Eppure: Cappelli è di Potenza. E allora? Come si spiega?
Cosa lo rode?
Questo articolista non capisce la scienza moderna. Secondo lui bene hanno fatto a Napoli a dar fuoco alla Città della Scienza, “dovevano farlo prima!” ha sentenziato con il consueto livore, secondo la illuminata tradizione che volle al fuoco scienziati e pensatori, Vanini, D’Abano, Servet, De Orta, Giordano Bruno e per poco anche Galileo.
La Scienza? L’articolista evidentemente si ferma alla geometria euclidea e alla concezione tolemaica dell’universo: è convinto, cioè, che sia il sole a girare intorno alla terra. Ed è di cattivo umore. Sempre.
Perché il sistema solare - screanzato - disobbedisce alle scritture e soprattutto manca di rispetto alla sua persona rifiutandosi di girare intorno a lui.
E quindi, constatato che al mondo ci sono troppe donne che per giunta leggono libri e vanno con gli altri; appurato che questo mondo è pieno di virilissimi Materani (il che lo fa soffrire oltre misura), assodato che al mondo c’è abbondanza di turisti grulli che visitano Matera, che l’universo è soggetto alla relatività e non gira come piace a lui … lui si arrabbia moltissimo. E se la prende con le donne, con la scienza, con l’evoluzionismo e con l’evoluzione stessa, perdinci: la donna deve stare al posto suo, come ai bei tempi di Gregorio XXIII: sul fuoco. O, in subordine, ai fuochi della cucina,
E inveisce oggi, dalle pagine de “IL FOGLIO” contro Matera con un plus di disprezzo e di livore che davvero non trova spiegazioni.
Forse questo articolista non riesce proprio a capire perché turisti e viaggiatori non corrano da tutto il mondo a visitare non Potenza e le sue bellezze, ma piuttosto la casa natale di lui medesimo?

Forse davvero non si rassegna all’idea che il mondo intero possa non essere interessato alla sua propria eccelsa persona che è la reincarnazione di Arbasino. Già: così va dicendo di sé. Tanto: Arbasino non c’è più e non può più prenderlo a metaforiche salaci pungenti pernacchie per levargli di testa questa convinzione bislacca. 
Questo articolista, avendone inventato addirittura il genere letterario, scrive recensioni, udite-udite … sulle messe. Nientemeno.
Ammirati, dobbiamo esser quindi disposti a ben credere che così fulgido talento gli consentirebbe anche di recensire degnamente il cambio di pneumatici invernali ante-retro, che nel calendario liturgico italiano cade al 15 di novembre, nonché la magia della affettatura rituale del salame pezzente presso le salumerie condotte da pizzicagnoli romantici e romagnoli.
E chissà cos’altro ancora.
Questo articolista non lo conosco, ma me lo immagino scapolo, glabro e maledicente. Non lo dico perché sono di Matera, ma, come dicono a Matera: “quello, è proprio.”