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lunedì 17 aprile 2017

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, diceva Brecht e sventurate devono essere un po’ tutte le terre, visto che il potere ha bisogno in ogni dove di eroi funzionali ad additare la strada maestra ai governati e di matti per porre all’indice la via sgradita.

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la nostra terra sventurata non fa eccezione: ha bisogno di eroi. Magari di eroi borghesi, come si diceva qualche anno fa, di quelli che come te fanno il proprio dovere anche se “non conviene”, di quelli che “chi glielo fa fare?”, ma lo fanno.
Qualcuno disse tempo fa: “bisogna essere matti a pensare di poter cambiare il mondo; ma solo un matto può riuscirvi”. Di matti criminali, ahimè, la storia è piena e i loro seguaci di ogni tempo si limitano a cambiare casacca; i matti sognatori esistono, in genere finiscono sulla croce o saltano a Capaci e i loro seguaci ne commemorano puntuali le spoglie ma son bene attenti a non seguirne le gesta.




martedì 4 aprile 2017

la questua


Siamo inondati da una miriade di questue quotidiane, postali, televisive, in rete: un proliferare incredibile di vaglia, IBAN, conti postali e numeri telefonici per donazioni che ha davvero del grottesco.
Un tempo la questua era affidata al sacrestano che durante le funzioni allungava un sacchettino di stoffa nera appeso al fondo di una lunga canna che egli infilava tra i banchi per raggiungere anche la manina più corta fra i fedeli compagni di seduta; la pertica col sacchetto aveva sostituito il piattino per un maggior riserbo sulle dimensioni dell’obolo elargito. Grazie al servizio postale, la questua giungeva anche nelle case: nella buca regolarmente ci si ritrovava il Messaggero di S. Antonio, il Giornalino di Don Bosco, le cartoline di Pasqua disegnate coi piedi da pittori senza mani (sic !) e fra le pagine sempre umide di lacrimazzi pietosi spuntava puntuale l’incorporato bollettino di conto corrente per l’offerta al clero che in cambio avrebbe distribuito parole di conforto ai poveri e ai derelitti e perdoni, purghe e indulgenze miste ai donanti per le porcherie eventualmente commesse fra un versamento e l’altro: una sorta di vaccino a somministrazione periodica che doveva riscuotere un certo successo, vista la copiosità degli invii, che per quanto godessero (inspiegabilmente) di tariffe agevolate, comportavano certo dei costi, fra stampe a colori, redazioni e impostazioni.
Oggi la grande colletta si avvale anche delle più moderne tecnologie che consentono contatti pervasivi a minor costo, mentre la tecnica di aggancio dell’attenzione rimane quella stessa – antichissima - dei più scaltri accattoni professionali che organizzano squadre di mendicanti scelti fra bambini e deformi per più impietosire i passanti all’uscita dal tempio, la chiesa o il supermercato (che pur tempio è, di una divinità più smart); scorrono infatti sui monitor immagini di bimbi malati, macilenti e denutriti, sbattuti in faccia alla gente che si raccoglie per il pranzo davanti al desk-TV, atte a suscitare pietà e senso di colpa negli spettatori commensali e a indurre infine la digitazione sul telefonino del numeretto donatore. Così la coscienza è placata, il pranzo riesce meglio, mentre nulla più si sa dei percorsi compiuti dalla somma donata.
Ma quello che più di ogni altra cosa stupisce e insospettisce è il moltiplicarsi continuo dei soggetti che si dedicano a mostrarci con suggestiva efficacia come soffrono i poveri, i malati, i disabili, i terremotati, gli alluvionati, specie i bambini, gli sventurati di ogni categoria possibile e che dopo averci ben commossi, ci invitano a metter mano alla tasca per mandare a loro dei soldi che – promettono solennemente – useranno esclusivamente per far star bene, sfamare, curare, guarire, accasare, a seconda della disgrazia, gli sventurati bisognevoli testé rappresentatici. Sembra, in certi periodi dell’anno, che ci siano più organizzazioni di adozione a distanza che marche di detersivo per i piatti. E qui sorge qualche domanda.
Se si costituisce un Soggetto Benefico che si prefigge di raccogliere denaro in favore, diciamo, dei terremotati dell’Abissinia, si capisce che ci siano molte persone che, colpite dalla sofferenza altrui, decidano di donare parte del proprio denaro a questo Soggetto Benefico nell’intenzione di aiutare quei bisognosi. Bene. Si capisce meno quando questo desiderio di far del bene, anziché manifestarsi con una donazione al preesistente Soggetto Benefico, da parte di certuni si manifesti nel creare, a propria volta, un altro organismo parimenti dedito alla raccolta dei fondi in favore di quegli stessi terremotati dell’Abissinia. Di per se stessa questa azione comporta un forte spreco di quel denaro così faticosamente raccolto a detrimento del bene donativo finale, in quanto il raccogliere in sé, la pubblicità, la Presidenza, la Segreteria, il telefono, l’ufficio, il fax, il PC, la stampante, la manovalanza, il conto bancario ecc. ecc. hanno dei costi che, con il duplicarsi dei Soggetti Benefici, inevitabilmente si duplicano e si moltiplicano, a detrimento dei bisognosi.
Possibile mai che la portata di questo spreco possa sfuggire a menti così altruiste e così profondamente dedite al bene altrui?
A Natale, quando le questue si intensificano in occasione del massiccio annuale assalto alle tredicesime, ho aderito a una colletta che in cambio di una donazione minimale di € 10 in favore di uno dei tanti enti di ricerca su una malattia, offriva un pacco di cioccolatini. Buoni. Da quel giorno hanno preso a mandarmi per posta fior di ringraziamenti, depliant, pubblicazioni, cartoncini con vaglia (ovviamente) che davvero non se ne può più. Ma allora: quanto spendono in cartoncini, stampe, spedizioni? Dopo aver pagato i cioccolatini (o le arance o i carciofini o le azalee) che mica il cioccolataio glieli dava gratis, e dopo il “fastidio” dei dirigenti e la tipografia e la stamperia e il grafico designer, quanto rimane per la beneficenza o per la ricerca? Quanto consuma la macchina organizzativa di chi ha deciso di farlo per mestiere il questuante? Quanto guadagna il fornitore di azalee? Senza la campagna di beneficenza, quanti cioccolatini sarebbe invece riuscito a vendere il cioccolataro? Molti di meno, ovviamente.

Nella assoluta intrasparenza sulla reale distribuzione dei fondi, la colletta, la (promessa) intermediazione della beneficenza,  si conferma uno dei più grossi e oscuri business dei giorni nostri.

giovedì 23 marzo 2017

GIOCHI LECITI


GIOCHI LECITI
Ho conservato la copia di questa  tabella dei giochi proibiti nei locali pubblici italiani che risale al 1966.
Ispirata a una legge di Pubblica Sicurezza del 1931, credo corra ancora l’obbligo di esporla nei locali pubblici, ma non sono certo che accada, non avendo dimestichezza con le sale da gioco.
Fa una certa impressione leggere su questa tabella la locuzione “giochi leciti”: si intende subito che occorre precisare che si tratta di giochi “leciti” per distinguerli da quelli che leciti non sono, e nel testo a seguire, la tabella illustra con una precisione che oggi appare grottesca, l’elenco esatto dei giochi illeciti.
Ma è soprattutto degno di nota che la licenza a tenere giochi leciti è concessa a condizione che siano vietati tutti i giochi d’azzardo, nei quali ricorre fine di lucro con vincita e perdita aleatorie, giochi definiti espressamente “pericolosi” dal codice penale.
Vigente.
I giochi “a soldi” sono pericolosi e vietati, ma se offerti dal Monopolio di Stato, diventano leciti; se ci facciamo una partita a poker fra di noi scommettendo soldi, credo che commettiamo un reato, ma se invece il poker lo facciamo on-line o infiliamo denaro in una macchinetta in tabaccheria o al bar sotto casa, pur trattandosi di gioco d’azzardo a fini di lucro  ecc. ecc … facciamo cosa lecita.
Questa tabella dei giochi proibiti nei locali pubblici italiani fa davvero tenerezza.


mercoledì 22 marzo 2017

LE DONNE DELL’EST SU RAI UNO



Le donne dell’est.
Non è la nazionalità che le rende attrattive, è la loro somiglianza con i prodotti di cui si fa pubblicità in TV: decorativi e status-simbol.
Il tizio che era ospite del programma raccontava spontaneamente di essersi rivolto alle agenzie matrimoniali di importazione biondazze perché le donne italiane non se lo filavano proprio. Non si accontentava, lui, di una donna del suo vicinato, operaia come lui, no: lui la voleva fuoriserie, come quelle del cinema, come quelle della pubblicità.
Come per le auto: a costo di firmare cambiali per tutta la vita, certi uomini sentono il bisogno perentorio di possedere una BMW o un SUV o una certa altra auto che hanno visto alla TV: non ci dormono la notte per mesi finché, alfine, se la comprano, il sogno di una vita. Ma è concepibile? Un veicolo, una scatola di lamiere a motore che diviene il sogno di una vita di qualcuno di noi?
Così per le donne vistose: le vedono in TV, ne invidiano i proprietari e si incaponiscono e infine se le comprano, le ordinano dal catalogo e le fanno venire dalla Russia. E le agenzie costano molto care.
Questo è il risultato di 40 anni di TV spazzatura, di educazione sentimentale affidata ai cine panettone (quando va bene), alla assenza di educazione sessuale nelle famiglie e nelle scuole, al permanere della concezione della donna come un oggetto decorativo da possedere, usare, e se non va bene restituire, picchiare, demolire, rottamare e, al limite, assassinare. E’ mia e ne faccio quel che voglio.
Nella concezione di tanti, troppi uomini, la donna è come l’auto: non una persona ma una merce comprata da esibire in giro.
Non importa se poi lo sanno tutti che te la sei pagata a cambiali, ma finalmente puoi guidare una BMW e tutti si devono girare a guardarti mentre la guidi.

Uguale per la donna. 

domenica 12 marzo 2017

Pensioni


Da diversi anni le legislazioni europee in materia di pensioni vanno nella direzione di allontanare progressivamente il momento in cui i lavoratori potranno smettere di faticare per  tornare a essere proprietari del proprio tempo e dedicarsi a quel che resta della loro esistenza. L’orientamento è diffuso un po’ in tutti i paesi ma in Italia, con la Fornero e con quanto hanno in cantiere gli specialisti del governo, sembra che si abbiano le condizioni più svantaggiose per i lavoratori che a partire dal 2021 non potranno andare in pensione prima dei 67 anni ed entro il 2050 non prima dei 69 anni e mezzo. Non occorre dilungarsi su quale possa essere la vita spericolata che attende un lavoratore medio che ritorna “libero” dopo i 67 o 69 anni; negli anni di “libertà” per lo più si assaporerà il vantaggio di non doversi assentare dal lavoro per andare a fare la fila negli studi medici delle ASL.
Si predica e si accetta, insomma, che il tempo liberato di chi per vivere ha da lavorare debba essere breve; si riafferma - una volta per tutte - che chi vive di lavoro debba vivere per lavorare sino allo stremo totale delle sue forze, dopodichè andarsene al più presto senza più incassare il grosso della pensione maturata. Proprio a ristabilire, nella globale controriforma in corso, che la esistenza delle persone lavoratrici, al contrario delle persone ricche, non ha nessun significato: sono comparse nel film di qualcun altro e tali devono restare, fungibili come candele del motore a scoppio: i lavoratori come pezzi di ricambio a basso costo.
Gli esperti del governo e dell’Europa spiegano che ciò avviene per le maggiori aspettative di vita che la modernità offre ai cittadini: una volta si moriva prima e quindi è giusto allungare il tempo lavorativo fino a quasi 70 anni.
E ciò, ci spiegano, è necessario in quanto il sistema di previdenza sociale non può reggere tempi lunghi di sopravvivenza né la pubblica opinione può tollerarlo.
Lavorare tutta la vita e poi levarsi di mezzo in fretta, questo il ruolo. Deprimente è che questo ragionamento improntato al peggior cinismo capitalista dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sembra a vari livelli incredibilmente condiviso da tanta opinione pubblica che - potenza della ossessiva ripetizione di un concetto in TV – lo ribadisce nelle conversazioni quale certezza sociale ormai acquisita.
L’INPS non ha le risorse per pagare pensioni così lunghe, si dice e si accetta come dogma rinunciando a porsi domande sulle ragioni per cui l’INPS non abbia abbastanza risorse, vista l’esosità della vigente contribuzione previdenziale. Se l’INPS non ha soldi, vuol dire che ne entrano troppo pochi, non che ne escono troppi e vuol dire anche che troppi ne escono per ragioni diverse dal ripagare la pensione a chi ha lavorato tutta la vita.
Ma ormai siamo al punto da considerare fortunati quelli che hanno lavorato tutta la vita e che hanno una pensione, al contrario dei nostri figli che - si dice rassegnati  - una pensione non l'avranno, dimenticando le lotte occorse e combattute e vinte per poter giungere a un minimo di prestazioni previdenziali. Una contrapposizione demenziale fra generazioni che distrae dal vero avversario comune.
E viene da pensare che queste nuove generazioni senza diritti sono anche privi di rappresentanza sociale.
I sindacati dei lavoratori e i partiti della sinistra che nacquero come espressione delle classi lavoratrici :
·       *  avrebbero dovuto impedire che INPS e INPDAP cedessero a prezzi stracciatissimi (agli amici degli amici) l’immenso patrimonio immobiliare acquisito con i contributi dei lavoratori, impoverendo di fatto gli enti previdenziali in favore di business miliardari. Perché hanno taciuto tutti? In qualche caso lo sappiamo il perché, ma gli altri?
      * dovrebbero denunciare che con tutti gli immobili di proprietà pubblica esistenti sul territorio, INPS vada spesso a occupare locali in affitto (al pari di tanti, troppi enti pubblici) di proprietà di privati;
     * dovrebbero militarmente combattere il lavoro NERO in ogni sua manifestazione, denunciando, ogni situazione anomala;
     dovrebbero combattere e denunciare gli abusi in materia pensionistica e di finta invalidità;
     * dovrebbero ogni giorno vigilare e denunciare quelle figure istituzionali deputate ai controlli che dovessero … “distrarsi” dai loro compiti ispettivi.

dovrebbero … 



mercoledì 1 marzo 2017

nuovo partito della sinistra

Alla caduta di Berlusconi, come già altre volte, la sinistra era a un passo dal governo. Come altre volte andava fermata: le lenzuolate di Bersani e Visco facevano tremare corporazioni ed evasori.
Non è più tempo di stragi, per fortuna (vedi Moro, vedi le stragi del 1992-93) e creare un'altra Forza Italia era impraticabile: fondare una ennesima nuova formazione di destra a fronteggiare il PD sarebbe stato del tutto vano ed ecco l’idea: una variante geniale questa volta: incistidare con un cavallo di troia il PD dall’interno così da trasformare il PD stesso in Forza Italia, senza contrapporgli un’altra organizzazione politica che invece ne avrebbe compattato i ranghi.
E così parte l’operazione: si chiamano a raccolta ex socialisti, ex DC confluiti nel PD, ascari vari e si crea una corrente interna al PD stesso che ha la esplicita missione, non di voltare pagina rispetto al malgoverno dei decenni precedenti, ma di “rottamare” definitivamente la sinistra italiana.
A furor di stampa e di TV (i cui proprietari, portatori di corposi interessi, temono da sempre il riformismo di sinistra) parte "la resistibile ascesa" di Matteo Renzi, creato in laboratorio per infiltrarsi nel PD e far fuori la sinistra. Infatti sin dall'inizio si è legato con ben scelti esponenti del berlusconismo additando invece come da "rottamare" non quelli che avevano mal governato l'Italia per 20 anni, ma chi invece vi si era opposto, ben supportato da novelli maramaldi che in Italia non mancano mai.
Le primarie taroccate - si parlò di cinesi a 5 euro e di elettori di destra, spediti a votare Renzi - fecero il resto: segretario del partito e subito (Enrico stai sereno) al governo. 
Fu già allora evidente che la trappola era scattata: il partito veniva condotto dal Capo e dalla sua cerchia e la sinistra rimaneva ai margini, il governo faceva politiche di centro destra di cui la sinistra non poteva vantare la paternità e da qui il malumore, la richiesta di dialogo interno e la arrogante protervia di Renzi. Quindi, infine, come era stato progettato, la sinistra aveva solo due strade: poteva rimanere nel PD rassegnandosi alla irrilevanza, oppure uscirne, lasciando a Renzi e ai suoi mandanti il controllo del più grande partito organizzato del Paese, divenuto formazione di centro destra ed erede del sempiterno pentapartito e degli aventi causa.
La sconfitta referendaria chiede una svolta politica che Renzi non intende dare e si giunge alla rottura.
Ora occorre provvedere subito a dare corpo a una formazione politica che riunisca il popolo della sinistra italiana, da quello della tradizione socialista a quello della eredità berlingueriana a quello progressista per riportare alle urne quegli elettori che delusi dalle politiche renziane non andavano più a votare e per offrire al mondo del lavoro, al Paese, un programma di governo e politiche di redistribuzione delle risorse, capaci di frenare la disoccupazione, il progressivo impoverimento della popolazione e di arginare le politiche liberiste italiane ed europee; un programma di riforme capaci di rimettere in moto le risorse e i talenti del nostro Paese.
Qui la sfida: gli uomini della sinistra bene fanno a uscire dal PDR (R sta per Renzi) ma debbono immediatamente trovare la capacità politica di creare un'unica formazione di sinistra, unendo le diverse anime ora presenti sullo scenario, con una leadership credibile ed evocativa che sappia parlare al mondo del lavoro, agli sfruttati, agli emarginati, alle classi subalterne che – all’evidenza – non sono affatto scomparse, ma anche a quella parte sana e onesta del Paese che non può più tollerare la corruzione, le spartizioni, i privilegi, le magagne di una politica marpiona che continua a riproporre personale astuto e inadeguato, protagonista di ruberie, sprechi e scempio del patrimonio italiano.
Io propongo di eleggere segretaria del nuovo partito della sinistra Bianca Berlinguer e di affiancarle uomini e donne della società civile, capaci e onesti, mentre i capi storici della sinistra potranno offrire al partito la propria antica competenza amministrativa.

sabato 25 febbraio 2017

il commento di PASQUALE DORIA su ANIME FOSSILI

PASQUALE DORIA 
scrive:
Nessun testo alternativo automatico disponibile.
IL SAPORE DELLA LIBERTA' 
DI COSTANTINO DILILLO
LE CONVERSAZIONI A DISTANZA 
E LE ANIME FOSSILI DI MATERA

La felicità può essere espressa in molti modi. Uno di questi, complice Costantino Dilillo, l'ho registrato poche ore fa. Non ricordo più da quanto ci conosciamo. Forse con Peppe Lomonaco - un tridente di compagni di merenda capaci di tutto - da un tempo lunghissimo, per quanto ci distanzia qualche anno al conteggio anagrafico. Una frequentazione spesso tacita, ma che c'è e procede anche se trascorrono mesi senza vederci o scambiarci una sola parola. Il filo del racconto - non è preceduto quasi mai da un'occasione particolare - però, si svolge. E riprende sempre da dove l'avevamo interrotto. Ma questa volta Cody - è il nome del suo alter ego - era felice. Ma di una felicità quasi nascosta, non euforica o sfacciata, eppure evidente. Con il suo solito modo di fare - ogni volta che deve annunciare una notizia che lo riguarda sembra stia per venire giù una di quelle verità che le tavole di Mosè fanno sorridere - si è accomodato non lontano da me e con calma ha pronunciato la frase fatidica: da oggi sono libero. Tradotto in breve, senza pronunciare la parola pensione, non ha più un padrone che lo controlla e al quale deve dare conto ogni giorno. Sguardo sereno anzi, di più, veicolava una inconfondibile condizione di soddisfazione che non tradiva nulla di esagerato. Ho percepito una quiete enorme, di quelle vere, che veniva da lontano, lungo un percorso durato più di quaranta anni. Spero di assaporare quel momento come lo sta vivendo lui che, invece di beccarsi gli auguri di rito, mi ha immediatamente colto in contropiede, come dicono i ben informati dei ludi pedatori. Così, quasi senza farsene accorgere, distrattamente, ha lasciato scivolare sulla scrivania una creatura editoriale fresca d'inchiostro. Felice e prodigo, mi ha regalato la pubblicazione ultima nata. Sono sempre tra i primi invitati ai battesimi di tanto onore. S'intitola "Anime Fossili - Matera l'altra". Nessuna ridondanza. Le sue cose, scritte o fotografate, spesso commentate da quelle che sembrano vere e proprie epigrafi, non inseguono alcun clamore. Si presenta così, essenziale e generoso, come sempre. Immagini a colori e in bianco e nero intense, accompagnate da parole intinte nel suo personale arcobaleno, costituiscono gli ingredienti base di una pubblicazione alla portata di tutti. Ha sicuramente presente da quanto tempo mi misuro con un argomento che prediligo, conosce le oscillazioni che mi spingono dalle forme fino ai materiali, siano essi anche solo fantastici, della civiltà urbana. Il racconto della città per me rimane sempre aperto, possibile a ogni indagine. Quella di Costantino Dilillo, fa presente intanto il suo amico Aldo Bagnoni nell'introduzione, procede per "intrecci, consonanze, rispondenze, combinazioni, il ritmo della città, il ritmo delle parole, il ritmo della luce; la scrittura del ritmo, la scrittura della luce, la scrittura della città; le parole della luce, le parole della città, le parole del ritmo". Schioccate come frecce acuminate, tutte giunte a bersaglio.
Auguri 
Costantino.
PASQUALE DORIA 

sabato 11 febbraio 2017

la Curia presenta il conto ai terremotati







Il sacro fabbricato in questione detto Casa Gioiosa immagino sia stato costruito a spese dello Stato italiano e su detto fabbricato la Curia non paga ICI né IMU e - c'è da scommetterci - nessun altra tassa. Altro che Onlus! E' evidente che si tratta, a tutti gli effetti di ditta sfacciatamente a fini di lucro. Padronissimi, ma che si tolgano la maschera della carità che serve solo a mungere altri soldi dai fedeli con la coscienza un po' pesante ai quali promettono indulgenze e beatitudine post mortem, in cambio di contanti hic et nunc.

domenica 29 gennaio 2017

Carlo Levi, Cristo di è fermato a Eboli


Carlo Levi descriveva così la Lucania del 1935: a 74 anni dalla Unità d’Italia, questa era la avvilita situazione dei nostri paesi. Dal 1935 è passato quasi un altro secolo, più di 80 anni lungo i quali abbiamo avuto una guerra, un dopoguerra, un piano Marshall, un boom economico, la Cassa del Mezzogiorno, lo Svimez, le leggi speciali, la industrializzazione della ValBasento, gli incentivi alle imprese, le leggi sul terremoto, l'obiettivo 1, i fondi FESR ...

giovedì 19 gennaio 2017

i magnifici 7




Da qualche tempo l’inondazione di film sentimentali, horror e di  animazione è intervallata dai rifacimenti di vecchi film di successo, come Ben-Hur, Conan, RoboCop e c’è da aspettarsi il ritorno dell’ennesimo King Kong e Godzilla, di Uccelli e, ahimè, di My Fair Lady.
Tempi di remake, come se il cinema non fosse più capace di ideare nuove trame, nuovi eroi, nuovi orizzonti di pensiero e di azione cinematografica e con l’aggravante che i rifacimenti di rado sono all’altezza dell’originale.
Con qualche eccezione.
Spicca infatti fra i tanti, il remake 2016 del famosissimo film del 1960 di John Sturges “I MAGNIFICI SETTE”, diretto dal regista nero USA Antoine Fuqua che invece, nel riproporre la nota vicenda dei sette pistoleri assunti da miti contadini per combattere chi vuole depredarli di ogni cosa, riesce ad aggiungere originali angolature della vicenda che rendono il film piacevole e stimolante: con questo film, come neanche negli anni ’70 era accaduto, entra in un western la lotta di classe e la critica anticapitalista. 
Spicca il film perché, a differenza del precedente del 1960 e del film “I 7 Samurai” di Kurosawa, capostipite della trasposizione western, questo ha una esplicita impostazione classista e anticapitalista che nella prima stesura della sceneggiatura del film originale che fu di Walter Bernstein - intellettuale democratico perseguitato negli anni ’50 per quelle presunte attività antiamericane che gli USA vedevano in ogni pensiero libero e in ogni critica al sistema capitalistico – era rimasta molto nel vago.
Fin dall’inizio il film indica il capitalismo come il vero nemico dei contadini che vogliono lavorare la terra e vivere sereni con il frutto della propria fatica, tanto che il super-cattivo che vuole impossessarsi delle loro terre per cercarvi giacimenti d’oro, irrompe nella chiesa, prima di darle fuoco, minaccia i coloni che non vogliono lasciargli tutti i loro averi dichiarando, armi in pugno: “Io vengo qui per l’oro. L’oro. Questo paese ha identificato la democrazia con il capitalismo e il capitalismo con Dio. Perciò voi ostacolando me, non ostacolate solo il progresso e il capitale, ma ostacolate DIO !!  
A quella impostazione che rimase vaga nel 1960, limitata ad un episodio iniziale di forte condanna antirazzista, il nuovo film aggiunge tesi che nel primo film erano del tutto implicite se non assenti. A insidiare la sicurezza del villaggio contadino sia nei 7 Samurai di Kurosawa sia nei Magnifici 7 di Sturges era una banda di desperados, delinquenti comuni che abitualmente facevano razzie nel villaggio; in questo nuovo film di Fuqua il “cattivo” invece è un “capitalista”, un padrone elegante giacca-e-cravatta, uno che si impossessa di terre, le circonda di recinti e guardie armate e le sfrutta per la propria bramosia, uno senza scrupoli che identifica la propria rapacità con il destino del Paese e con la volontà di Dio. Un capitalista.
Ma c’è dell’altro degno di nota: si tratta di un regista nero che nella storia mette a capo del manipolo di “portatori di giustizia” proprio un nero il quale recluta via via come combattenti: un messicano, un sudcoreano e un nativo americano (un Apache? un Sioux? insomma uno di quelli a cui i WASP hanno rubato la terra), per andare a salvare un villaggio di bianchi dalla rapacità di un bianco e dei suoi sgherri. Gran parte dei bianchi del villaggio, poi, non intende combattere per difendere la propria terra e tocca ai nostri 7 morire per restituire la terra a quei bianchi che se ne erano impossessati e che ora erano nel mirino di un bianco più rapace di loro. Ma c’è ancora un altro elemento sorprendente: a capo dei pochi contadini che si mettono a combattere per la riscossa c’è una donna, figura del tutto assente nei due film precedenti e quindi il vessillo della riscossa è affidato alle minoranze discriminate nella realtà, minoranze razziali, etniche e di genere.
Ma c’è dell’altro ancora, a ben guardare: dopo che una parte della città è fuggita per non dover combattere, quelli che sono invece rimasti e si armano per fronteggiare l’imminente attacco degli scherani del capitalista, si adunano e marciano verso il saloon dove i 7 li attendono. La scena dura pochi attimi e va colta al volo, ma è costruita alla perfezione: è la copia – dinamica - della marcia dei lavoratori nel famoso quadro “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Basta confrontare il fermo immagine qui accanto con il dipinto per osservare i dettagli: il trio che precede il gruppo, la donna, il gilet e il cappello dell’uomo centrale, l’uomo massiccio con la barba a destra, sono i dettagli, il colpo d’occhio d’insieme è istantaneo ma netto.
Il Western si conferma un genere universale nel quale possono confluire – come nella tragedia greca  - gli elementi fondamentali del pensiero umano e le vicende cardine della sua storia.
Conforta scoprire che sensibili alle sorti dei lavoratori di ogni tempo vi siano registi come Fuqua e come Ken Loach, quando tocca rilevare che questa sensibilità scarseggia invece in ambienti che per vocazione dovrebbero nutrirne per ontologica costituzione.
Segno dei tempi.

mercoledì 21 dicembre 2016

anime fossili - Matera l'altra.


versi e foto 

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con una prefazione di Baldassarre Aldo Bagnoni


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con un commento di 
Rocco Giove


Antezza editore



Da domani in libreria

venerdì 16 dicembre 2016

PICCIANELLO - Crocevia

Piccianello è crocevia.
Per la vicinanza alla via Appia da secoli è punto di incontro e di scambio. 
Il Mulino Alvino, le Cave, chi vi lavorava da sole a sole, gli Zuqqatori, e poi i Cavalieri, il Carro,. la Bruna, le migliaia di pellegrini diretti a Picciano che si radunavano per giorni a Piccianello per poi salire tutti insieme al Santuario di Picciano il 25 marzo.
Queste storie in un monologo con la voce di Emilio Andrisani e di Emilia Fortunato.
Storie di fatica, di classi, di feste, di cavalieri, di devozioni.

giovedì 15 dicembre 2016

il pericolo dell'antipolitica


In un Paese in cui l’evasione fiscale è un enorme pozzo nero di rapina e di ingiustizia, in un Paese dove la corruzione raggiunge dimensioni da manovra finanziaria, dove la mafia si è introdotta in molti gangli della spesa pubblica e della imprenditoria privata, dove questi fenomeni rubano al Paese denaro e futuro, sviluppo e speranza, la gente ha ragione di indignarsi e protestare.
In un Paese che paga cifre astronomiche ai calciatori, che senza batter ciglio paga miliardi l’anno alla chiesa cattolica, che paga stipendi da fiaba a insulsi presentatori TV, che assiste allo scempio quotidiano del pubblico denaro in opere inutili e ruberie, mentre la vita sociale ed economica degrada ogni giorno, i cittadini hanno ragione di indignarsi.
Ma contro chi si indignano invece certi Italiani? Contro la mafia? Contro il calcio? Contro gli evasori? Contro la chiesa? Contro i ladroni, contro i corrotti, contro i milionari divi del maleodorante palinsesto delle TV, contro i mazzettari della porta accanto, contro i maneggioni dell’ufficio accanto?
No.
Si indignano contro i politici.

Contro i politici che loro stessi contribuiscono a eleggere, contro i loro rappresentanti.
Prima li votano e poi (quando non ne hanno nulla in cambio), li maledicono.
Su tutto il resto, tacciono.

L’impressione è che molti Italiani siano indignati contro la democrazia.
Più che contro lo sperpero di denaro pubblico, che tutto sommato non li disgusta tanto – specie se ne posson pigliare un pezzettin – tanti nostri concittadini inveiscono contro le istituzioni.
E c’è chi soffia sul fuoco riempiendo TV e social di odio contro i politici: le loro pensioni, i loro vitalizi, come se il vero problema dell’immenso debito pubblico italiano fosse quello.

L’impressione è che molti Italiani si indignino contro la democrazia rappresentativa e che ci sia chi scientemente li stia aizzando in una direzione pericolosa.
Hanno tentato molte volte di togliere all’Italia la democrazia conquistata dopo un conflitto mondiale; con golpe militari, con leggi elettorali sospette, con Logge deviate, con Gladi associativi, con la strategia della tensione, con attentati sanguinosi, con le stragi degli anni 70, con le stragi del ’93, con i partiti di plastica, con l’intimidazione e la soppressione di magistrati scomodi.
Finora non ci sono riusciti.
Il capolavoro sarebbe che gli Italiani, finalmente, disgustati, rinunciassero spontaneamente alla democrazia, di cui - in fondo - forse non hanno mai compreso bene il senso.
Il maggior afflusso alle urne per il (dissennato) referendum costituzionale temo non sia avvenuto per un redivivo amore per la Costituzione; in larga parte il prevalente NO è stato il rifiuto, il rigetto urlato della politica tout-court. 
C’è chi soffia sul fuoco dell’antipolitica e il fenomeno ci deve preoccupare.


lunedì 28 novembre 2016

Renzi e Grillo - i nuovi B&B.

Berlusconi venne fatto scendere in politica con uno scopo ben preciso: impedire che la sinistra italiana, andasse al governo.
La fine ingloriosa del CAF e della stagione del Pentapartito trasferito in massa nella patrie galere, vedeva il PDS (ex PCI) come unica forza politica in grado di governare il Paese.
La mobilitazione per fermare Occhetto e il suo nuovo partito fu immane. Come già era accaduto per fermare Berlinguer e Moro, si passò alle stragi, questa volta senza più farle firmare da fantomatiche Brigate Rosse, vennero eseguite in proprio come Mafia/Politica: si parla di trattativa stato/mafia per indicare quei giorni quando da un lato si facevano stragi mafiose e dall'altro, a partire (coincidenza) dalla Sicilia, si organizzava a tamburo battente il nuovo soggetto politico che sostituisse il CAF: Forza Italia di Berlusconi.
Stampa e TV, di rinforzo, pompavano anche il fenomeno leghista che contribuì fortemente a erodere il consenso elettorale del PDS, tanto che si parlò della Lega come "costola" della sinistra. Berlusconi e Bossi, B&B, si spartiscono l'Italia.
Nel suo ventennio Berlusconi, oberato da beghe giudiziarie per reati comuni, non porta a compimento la missione di "riformare" l'Italia; fra una legge ad personam e l’altra, l’attuazione del piano di “Rinascita Democratica” della P2 cui lo stesso B. in buona compagnia era iscritto, non decolla; Quel “piano” fra l’altro si proponeva di abolire l'articolo 18, depotenziare lo Statuto dei Lavoratori del ’70, modificare le parti più democratiche della nostra Costituzione, asservire la Rai, ecc.. 
Caduto Berlusconi, unica forza politica pronta ad assumere il governo del Paese, schiacciato dalla crisi e bisognoso di “lenzuolate” di liberalizzazioni, è il PD. Ancora una volta, dalla fine della guerra alla caduta della DC, dalla caduta di Craxi alla caduta di Berlusconi, la sinistra italiana è pronta a governare il Paese.
Vista anche l’efficacia dei precedenti provvedimenti dei governi Prodi contro l’evasione fiscale (Visco era chiamato il Vampiro dagli evasori fiscali) e tesi alla liberalizzazione delle professioni (parafarmacie, banche, assicurazioni, compagnie telefoniche, notai, tassisti, ecc.), Bersani, pronto ad assumere il governo del paese, preparava altre lenzuolate idonee a rilanciare l’Italia stremata da un ventennio di stasi e di impoverimento strutturale.
Da qui l'urgenza di fermare Bersani a tutti i costi.
La P2, nei decenni si è evoluta in P3 o P4. Non è più tempo di stragi (per fortuna) però si può ripetere quanto già aveva funzionato nel 1994, quando furono create dal nulla Lega e Forza Italia per indebolire il PDS: creare il M5stelle al posto della Lega per raccogliere il voto qualunquista, e con una variante geniale questa volta: incistidare con un cavallo di troia il PD dall’interno così da trasformare il PD stesso in Forza Italia, senza contrapporgli un’altra organizzazione politica che invece ne avrebbe compattato i ranghi nella competizione.
E così parte l’operazione: si chiamano a raccolta ex socialisti, ex DC confluiti nel PD, ascari vari e si crea una corrente interna al PD stesso che ha la esplicita missione, non di voltare pagina rispetto al malgoverno dei decenni precedenti, ma di “rottamare” definitivamente la sinistra italiana.

Dal nulla nasce Renzi, il nuovo B. a capo della nuova Forza Italia; dal medesimo nulla nasce Casaleggio-Grillo che prende il posto della defunta Lega. E il gioco è fatto. Ora senza perdere tempo, con il sostegno degli alleati di sempre, interni e stranieri, occorre metter mano alla Democrazia. L’art. 18 è già andato, la scuola devastata ulteriormente; all’evasione fiscale e al lavoro nero si strizza l’occhio con voucher e condoni; di mafia non si parla più; si torna a promettere il ponte di Messina; si distribuiscono mancette per comprare la pancia dei voti in vendita.
A un passo dall’obiettivo, Grillo, utilissimo fin ora per non far fare il governo a Bersani e a mettere nell’angolo la sinistra del PD, non serve più: eventuali alleati, Renzi li ha già ad Arcore, nelle logge toscane, nelle stanze segrete dei soldi grossi.
Il Movimento 5 Stelle non serve più e le stesse TV che  lo avevano somministrato a dosi massicce agli Italiani negli ultimi tre anni assieme a Renzi, ora ne parlano meno e per lo più per dirne dei difetti, manchevolezze, imputazioni, sospetti, ecc. 
Il regime è pronto; gli Italiani pronti ad acclamarlo con bel Sì.
Come sempre, si aprono gli stessi scenari del secolo scorso e di quello precedente.



sabato 19 novembre 2016

SI o NO


Passavo per caso all'angolo di via Roma quando ho udito due uomini di quarant'anni circa che parlavano a voce alta davanti a un bar.
- Io voto "SI" - diceva il primo, capelli curati a spazzola su un cappottino grigio tiratino.
- Io voto "SI", ma non per motivi politici...
- Anche io - lo ha interrotto l'altro in divisa verde, una berretta in testa.  
- Anche io voto "SI" ma non per politica: non me ne freca niente.
- Ah - ha detto l'uomo del cappottino.
- Sì - ha ripreso quello con la berretta: - niente politica, io voto SI perché "lui" è tifoso della fiorentina come me.
Non ho saputo resistere, mi sono fermato, l'ho fissato negli occhi e ho detto:
- Dovrebbero togliertelo, il diritto di votare.
Mi hanno fissato a lungo senza parole entrambi, i due cittadini della repubblica democratica italiana fondata sul lavoro. 
Mi guardavano e i loro volti si oscuravano sempre di più.
Mi sono allontanato, diveniva pericoloso, gli leggevo in faccia l'indignazione che montava divenendo rabbia sorda: mi avevano scambiato per un tifoso della juve.

lunedì 14 novembre 2016

compagni di scuola - IRSINA 1962 - 1967 - Dal DIARIO IRSINESE

Giravamo armati sino ai denti, la fionda - a frècc - alla cintola e na sacc a zammèl d lapìdd, il passante dei pantaloni slabbrato a furia di portarci la spada di legno:  erano tempi duri e bisognava stare all’erta.  Le armi in casa non si potevano tenere e dovevamo nasconderle nei fossi, negli scantinati, sotto le caforchie di spine, così che il nemico non potesse trovarle e usarle contro di noi. Peppino Cantacesso detto Blek aveva na cascitedd  di legno color metallo nascosta sotto il lettone della madre con una piccola serratura; la chiave lui la nascondeva dietro il contatore grande dell’acqua nel portone. Là ci teneva le armi segrete, la freccia grossa, con la forcella di ferro tondino arrotolato, e due potenti nastri elastici presi da una camere d’aria non camilata  uniti al vertice dalla pezza, un ritaglio di cuoio per poggiare i proiettili, scelto con cura durante le battute di caccia nei fossi e nelle discariche fra i resti di scarpacce sconciate con le fauci spalancate e i chiodi aguzzi come zanne;  le munizioni erano lapilli tondi e pesanti selezionati nei fossi quando si andava per canne.
E di canna erano le temibili lance indiane indispensabili nell’arsenale insieme alle frecce indiane:  una cordicella cioè tendeva ad arco un raggio di ombrello scassato mentre un altro raggio, meticolosamente strofinato sul tufo per appuntirlo, faceva da saetta e Aldino un giorno ci stava lasciando un occhio durante un combattimento. L’arsenale si completava con l’uso, per fortuna saltuario, di missili balistici il cui lancio era subordinato all’approvvigionamento - furtivo e clandestino - di pietre di acetilene da sotto le bancarelle dei nocellai.  In terra si scavava un canaletto che conduceva a una buca, nella buca si posizionava un sassolino di acetilene e lo si copriva con rugginoso barattolo di conserve raccattato in qualche mondezzaio; lo si compattava con un po’ di terra e si lasciava correre dell’acqua lungo il canaletto. Appena si sentiva friggere il gas sviluppato dalla pietra con l’acqua, con un zippo lungo acceso in punta si dava fuoco al gas e il barattolo partiva in cielo con un botto, come un missile vero a perdersi nell’infinito.
Le battaglie erano frequenti, i tradtur d’acchedavann u pozz non rispettavano i trattati e spesso la parola passava alle armi, con fitte sassaiole da dietro l’avviamento e quando quelli sconfinavano, dalle frecce si passava alle spade e al corpo a corpo, infuocando di sudore e polvere la spianata dei Cappuccini.  
Le armi si riponevano quando veniva dichiarata a sfet, la sfida. Partivano i reclutamenti e quando eravamo tutti presenti, con gli occhi ridenti dicevamo: sem ricch!, siamo ricchi. Ricchi di compagnia sicura. E forte.
La sfida era una partita di calcio dalla durata indefinita che si svolgeva in uno dei campetti più accreditati: dietro le scuole a ridosso della macchina del catrame dimenticata là da chissà quale ditta, oppure  mmenz o larghìr, oppure, per le solennità, dietro a chiis Donvìt, un fabbricato in tufo nato per uso industriale o scolastico, adattato a parrocchia e dislocato nei pressi d u fuss u macidd, il fossato che trasportava liquami dal mattatoio sin fuori dell’abitato passando vicino al grigio pozzo chiuso che stava dove oggi corre una pizzeria.
Le sfide di calcio erano interminabili, le porte segnate da due sassi ai lati e l’area di rigore col gesso di tufo strofinato a terra. Interminabili - a bordo campo Peppin Grann trotterellava, gli occhi a terra come un vero guardalinee - e a regole variabili,  dalla punizion in offs,  al cambiafall e all’esecrabile manimani preterintenzionale certificato in area dal l’aggh vist hei di almeno due giocatori; infinite galoppate dal dopopranzo sino a notte, sino a quando qualche mamma non veniva scopa alla mano a recuperare l’ala sinistra o il portiere o, peggio, il padrone del pallone. Infiniti scarti e puntazze,  palestre di talenti veri: goleador, difensori inviolabili, attaccanti temibili in azioni personali, simulatori professionisti di fallo con dolore, svenimento o pianto alla bisogna; io ero fra quelli che avevna dè ntralc all’avversario, cioè un brocco totale e la mia specialità erano i lisci carpiati con lancio della scarpa o senza lancio della scarpa, seconda della resistenza dei lacci,  tanto che l’orchestra Casadei si era interessata alle mie doti e mi volevano in Romagna insieme al grande Saverio Mercadante che cercava di essere più liscio di me e a volte ci riusciva pure. 

A scuola era d’obbligo il grembiule nero abbottonato dietro, come il prete al contrario, il colletto bianco e il fiocco blu, ma, per fortuna, il risultato uniforme non era mai raggiunto e non solo per le diverse sfumature di nero: chi senza fiocco, chi col fiocco e senza colletto chi senza nulla affatto, chi con lo scudetto e chi con i numeri romani cuciti in petto con un nastrino bianco.  Tornava utile il grembiule all’uscita da scuola per la cavalcata di Zorro: sfilate le maniche si girava al contrario e, legato con l’ultimo bottone stretto alla gola, sventolava nella corsa come un nero mantello al vento e già questo bastava per sentirselo sotto davvero, il cavallo di Zorro.
In classe eravamo stipati in una bella stanza che al pomeriggio si riempiva di sole giallo, i primi banchi fin sotto la lavagna, tre file, gli ultimi appiccicati agli attaccapanni. Il maestro metteva il cappello sulla cattedra e ci parlava sempre con tono cordiale e ci guidava fra le pagine del libro nei misteri della lettura. E quel libro, concepito e scritto in quel nord Italia che aspettava o già aveva rapito molti dei nostri padri e zii e fratelli, di misteri ne conteneva a iosa.
Il nostro ottimo libro di letture a pagina 26 narrava del bambino Salvatore che accompagnando la mamma dal pizzicagnolo, voleva portare da solo, il bravo ometto, tutti i pacchi della spesa.  A ogni rilettura del brano noi ci si voltava ridacchiando a guardare Salvatore Pisani, ché era la prima volta che sul libro c’era un nome nostro, dopo gli Arturo, i Fabio e gli Alessandro che sino ad allora avevamo incontrato, personaggi estranei assoluti per noi sinanche nei nomi.  Noi eravamo 42, più della metà si chiamava Peppino, e fra gli altri nessun Riccardo e nessun Giulio. Trovare un Salvatore nel libro era una svolta epocale e ci giravamo tutti a guardarlo quando il lettore di turno lo nominava, Salvatore, e quello agitava su e giù la mano a imbuto, ma era contento.
Una bella lettura edificante che parlava di buste della spesa e di generosità da ometti, rimase impressa nella memoria di tutta la compagnia perché secondo l'antico metodo della decimazione, il maestro domandò a caso tra le falangi che cosa significasse “pizzicagnolo”.

Lo sguardo attonito degli interpellati a  turno esprimeva molto sforzo di caldaie e tanto smarrimento nell'attesa della scarica di carcaroz­zi cotognetti e calcinculo che maturavano in silenzio tra lavagna e crocefis­so, anche perché - fondamentalmente -  ci mancava proprio il concetto base dell'aver da trasportare voluminosi e pesanti sacchetti di generi alimentari acquistati detti "spesa", esperienza del tutto ignota alla platea. 
Qualcuno bluffò di­cendo "non mi ricordo" e ven­ne fucilato nella schiena; quelli che la buttarono sull'etimologia biascican­do fesserie sui cagno‑lini furono decapitati sommariamente e riabilitati solo nell'89 con un Nobel per la pace secondo l'usanza antisovietica di quei giorni, altri tacendo si accucciarono sotto il banco come colti da improvvido torpore.
Nessuno sapeva cosa diavolo fosse questo fetente d'un pizzicagnolo.
Poi il maestro, smontato che ebbe il patibolo e sfilatosi il cappuccio nero dalla testa, ce lo spiegò che il pizzicagnolo è una specie di salumiere che vende cose da mangiare come le scatolette della carne in conserva, le delicates­sen, le salsicce e, a volte, anche il pane.
Allora ca­pimmo che quando la mamma, ci mandava a prendere un‑cucchiaio­-di‑conserva‑uno e quat­tro quinti di minz-zèt da Niculèn, ci stava mandando dal pizzica­gnolo e che quindi questo pizzicagnolo altri non era che Niculèn Bòffl.
Ma perché non lo scrivevano sul libro? Evidentemente quello che scriveva il libro dove­va essere un ricco del Nord: lì, Niculèn Bòffl, si chiama Pizzicagnolo. 


A questi compagni, ai quali non ho mai smesso di pensare con nostalgia e con allegria, qualche anno fa dedicai la copertina e qualche brano di un libro di racconti “Nuove leggende lucane” che riproduce l’unica fotografia di gruppo della nostra prima elementare scattata sulle scale dell’allora chiesa di Don Vito. Piccoli volti tesi in punta di piedi a guardare l’obiettivo in uno splendido giorno di scuola con uscita, partita di calcio e fotografia: il massimo.
A distanza di quasi mezzo secolo dalla fine delle elementari, lo scorso agosto, Ignazio Romaniello e Luca e Filippo Pisani che stavano a Irsina per le ferie si fecero venire in mente di organizzare un incontro con i compagni di scuola delle elementari e col passaparola, come ai bei tempi, si mise insieme una squadretta di otto reduci e un affettuoso esterno, l’amico Peppino Coniglio. E così la sera del 17 agosto ci siamo ritrovati in pizzeria Michele Vomero da Bari, Peppino Cantacesso, Filippo Pisani e il suo gemello Luca Pisani, entrambi da Pisa, Peppino Colasuonno da Parma, Ignazio Romaniello da Sassuolo, Peppino Masiello da Torino e io da Matera; Gaetano Amenta che sta a Irsina non riuscì a raggiungerci mentre Mario Altacera si collegò da Bari via WhatsApp.
La commozione era palpabile. A parte Peppino Blek che incontro spesso a Irsina, avevo visto Colasuonno una sola volta trenta anni fa, Michele e Mario nel ’76 all’università, e tutti gli altri non li vedevo da quasi 50 anni. Rivederne i volti e riconoscerne pian piano i lineamenti, il modo di ridere, l’allegria prudente di alcuni e scoppiettante di altri, mi dava una emozione forte e intensa in un intrigante viaggio indietro nel tempo. Scrutavo i loro volti sessantenni e vedevo distintamente le faccine dei bambini che eravamo e che per una sera si rincontravano pronti a una qualche battaglia, a una qualche esplorazione notturna, a una avvincente avventura. Michele Vomero aveva portato con sé le foto scolastiche e così ci lanciammo nella esplorazione delle geografie migratorie dell’Italia disunita che ci divise: dove sta adesso? 

Gaetano Porro, Salvatore Pisani, Giuseppe Orlandi, Michele Palumbo, Tonino Cancellara e Ignazio Romaniello stanno a Sassuolo. E Giacomino Ziccardi dove vive?
Decclesis, Peppino Masiello, Tommaso Abbruzzese e Saverio Francabandiera abitano a Torino, mentre Tarantino sta ad  Irsina e Nicola Spiniello abita a Savignano di Bologna; Peppino D'Antonio prima stava a Marconia e ora forse in Sardegna. E Michelino Francabandiera dov’è?
E Palumbo? Forse è a Bologna, Minguccio Mannarella sta a Roma, e Michele Vomero e Mario Altacera stanno a Bari. Giuseppe Gagliardi sta a Varese, sì, si vede su Facebook, ma non ci sono recapiti telefonici. E Giovanni Maci? Su FaceBook ce ne sono cento.
E Grisio, dove sarà? Schinco e Vincenzo Trabace saranno a Milano e Nicola Ferri a Matera; Sardone sta a Irsina e i gemelli Pisani Luchino e Filippo - manco a dirlo - stanno a Pisa: Giuseppe Colasuonno a Parma, Peppino Santomauro a Irsina,  Rizzi ci guarda dall'alto, dice Minguccio. Gaetano Amenta e Peppino Cantacesso stanno a Irsina. E Trabace ? E Spoto? e Francini? e Silvestri?
E così abbiamo deciso di metterci all’opera per rintracciare tutti gli altri compagni di quegli anni, 1962-1967, e di organizzare un grande incontro di tutti i compagni per l,’estate 2017, a 50 anni dalla fine delle elementari. Vogliamo passare tutti insieme una giornata intera di ricordi e di allegria e così potremo dire, come un tempo, sentendoci di nuovo tutti vicini, gli occhi ridenti: sem ricch!!
 (w/cody)*