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martedì 12 marzo 2019

Francesco: “Ipocriti quelli che si dicono cattolici e poi sfruttano gli operai”

https://www.lastampa.it/2019/03/08/vaticaninsider/francesco-ipocriti-quelli-che-si-dicono-cattolici-e-poi-sfruttano-e-umiliano-gli-operai-F3iJBODeiWWwZFgpIsYMOO/pagina.html?fbclid=IwAR0EI8zdjkrAkHn3V9SssYf6zO2zSeEgL6kj0oDRT81yv7F8YApUZkMT0J8

Francesco: 

“Ipocriti quelli che si dicono cattolici e poi sfruttano gli operai”


Di fronte al fatto concreto che dei dettami dottrinari i credenti per lo più se ne fregano il Papa ha il dovere di scomunicarli, di non consentire che continuino ad appartenere alla congrega. E' come dichiararsi Vegani e mangiare hamburger tutti i giorni. Il capo del club Vegano, dopo un po' li mette fuori dal club, questi personaggi trasgressivi. E se non se lo può permettere di cacciarli fuori vuol dire che è giunta l'ora di chiudere bottega, prendere atto che si tratta di una ideologia fallita e andare a lavorare.

G. ci tiene a precisare che la dottrina sociale di papa Leone XIII era già in essere nel 1930 quando l'ateismo di Stato comunista pensò di risolvere il problema sterminando milioni di curati, distruggendo con la dinamite centinaia di chiese e inaugurando la stagione dei goulag. Il 1989 ha fatto giustizia di questa abiezione che a Mosca è implosa. Il capitalismo più volgare è violento esiste in Cina.... Chi te lo avrebbe detto che per diventare anticapitalista avresti dovuto diventare anticomunista?

"e la Russia allora?" - 
Mi mancava. 
Da molti anni non la sentivo più quest’obiezione. 

E' evidente che Cina. Russia ecc. commettono (purtroppo ancora) i crimini tipici di ogni Potere autoritario, però non hanno la superbia di dichiararsi misericordiosi e buoni rappresentanti di Dio in terra. 
O dovremmo riconoscere che la Chiesa, al pari di Cina o Russia o Turchia, è uno dei Potentati terreni che – esattamente come loro - ha fatto ricorso alla violenza e allo sterminio per secoli?
Anomala quindi risulta la posizione di chi dice (agli altri) ama il prossimo, porgi l'altra guancia (sempre quella degli altri) e procede allo sterminio degli Ugonotti, perseguita gli scienziati, arde sul rogo i dissidenti (eretici) ecc. ecc. somministra la pena di morte sino al 1870, benedice Mussolini per i soldi del Concordato e appoggia di fatto la Shoa aiutando i criminali di guerra nazisti a fuggire in Sud America. Ma questa è un'altra faccenda. 
Dicevamo invece di chi si dichiara cristiano ma la dottrina se la prepara "a la carte” e come dal menù del ristorante sceglie quello che gli fa comodo. Il papa li chiama ipocriti, io mi astengo. Ma aspetto ancora la scomunica per i mafiosi, annunciata e mai promulgata, la chiusura dello IOR, annunciata e tornata nel silenzio, la desantizzazione di Bellarmino: non si può chiedere scusa per Galileo e lasciare “Santo” il suo aguzzino. 
Ciccio Bergoglio ha imparato da certi politici italiani: annuncia, proclama ma poi non agisce, così la gente si convince che sta operando per il bene e non si rende conto che invece non dà seguito agli annunci, così non si inimica del tutto quegli altri, quelli che le feste patronali le fanno con i soldi dei boss e fanno inchinare le statue dei santi davanti alle loro case. Ciccio è un Gesuita (come Bellarmino) all'epoca andava molto la tortura e il rogo, oggi si barcamena con un colpo al cerchio e uno alla botte, ma fra loro ce n’è tanti che, fra un minorenne e l’altro, rimpiangono i vecchi tempi.
Lo so, lo vedo che c’è in giro qualche prete, qualche organizzazione e molti privati cittadini che effettivamente si sforzano di avere comportamenti allineati con i dettami evangelici, quelli della solidarietà, intendiamoci, non quelli discriminatori e minacciosi del 1* comandamento, e operano anche loro NELLA Chiesa, all'interno della quale c’è chi sta con Francesco e chi gli è invece contro. 
Ma allora, questo già basta a capire che la litania della Chiesa che sarebbe UNA, santa cattol… ecc, è un’altra delle tante balle che annunciano dal pulpito da secoli per nascondere a se stessi che invece è tutt'altro che UNA e i suoi dirigenti, come in ogni altra organizzazione politica, si scannano… per il … POTERE . 
E I CREDENTI? Gli perdonano qualsiasi cosa. 
Una mano lava l'altra.

sabato 9 marzo 2019

l'amore per i cani


Salvini e la Chiesa di sempre


Agita rosario e vangelo davanti alle TV e con l'altra faccia dà voce gli egoismi più meschini. 

Egoisti e "cattivisti" esistono comunque, certo, non li ha creati lui, ma sin ora se ne stavano in silenzio vergognandosi anche un po' dei loro istinti; ora lui fornisce alla parte peggiore del paese la giustificazione ideologica che attendevano, porta alla ribalta e in TV quei pensieri quegli istinti sin ora sottaciuti, sussurrati appena, mormorati nel pugno, pensati soltanto per non farsi sentire; con lui questa gente si sente meno isolata, non si vergogna più di voler prevaricare e sfruttare, esce allo scoperto, alza la voce ed è pronta a menare le mani contro il nemico, a condizione che sia più debole, come è prassi di ogni fascismo: botte al più debole e asservimento al più forte.

Flebili voci si sono alzate dagli scranni dei titolari di quei simboli sedicenti di pace e di amore.
Nella cattolicissima Polonia, patria di quel santo Woitila, quella dei Ghetti ebraici, quella che vuol punire con la galera chi osasse ricordare la loro collaborazione con la Shoa, non è consentito "spezzare il pane" con gli stranieri che evidentemente considerano essere fratelli un po' meno fratelli dei fratelli veri. Fratellastri, diciamo, come i figli di Cam della Bibbia.
Non ho sentito prese di distanza ufficiali né diffide da parte dei professionisti dell'altra guancia e dell'amare il prossimo.
Ma non me ne aspettavo, ci siamo abituati nei secoli alla vicinanza della Chiesa con ogni dittatura, al legame intimo fra rosario e patibolo, fra croce e manganello.
Solo in Unione Sovietica disapprovavano la dittatura, ma era solo perché Stalin li cacciò via e gli chiuse le chiese, sennò - con un buon concordato e un 8x1000 - avrebbero benedetto anche la falcemmartello.
Sono fatti così.

P.S.
Quello fu lo sbaglio di Stalin.

domenica 20 gennaio 2019

MATERA BASILICATA - Riscatto !


Per il momento qui si continua a essere solamente una lochescion per culture altrui, spettacoli TV e paratelevisivi, circensismi stranieri, storicismi hollywoodiani, narrazioni estranee, pornografie di trogloditismi inventati, di evangeli artificiosi, mitologie posticce ed inquinanti.
Su questi palchi sfilano in passerella forestieri di turno che vengono da lontano a ricordare la nostra vergogna del passato, sancita e raccontata da altri – sempre da altri – e che agitano nell’aria i lustrini di oggi, riparatorii, ma pur sempre appiccicatici da altri, da quelli dell’altrove, da quelli che appuntano medaglie d’onore a se stessi o sul petto di altri ancora che come loro vengono dalle terre dove noi abbiamo da andare, se vogliamo campare, dove noi abbiamo da emigrare (ancora!).
– Ti ho comprato il trolley nuovo, a mamma.
Basta con le valigie di cartone! 
Emigrare ancora, dopo aver dato carne da macello per due guerre (d’altri) e per miniere e fabbriche (d’altri altrove); dopo una riforma agraria tardiva e clientelare; dopo le industrializzazioni farlocche che davano agli industriali del nord i miliardi di incentivo e a noi, accattoni professional, le briciole assistenziali-elettorali e i veleni per millanni; dopo un decennio di mobilimbottiti ripiombati nel sommerso, strozzati dall’isolamento geografico e dalla incapacità di innovare, dopo le lotterie clientelari dei posti negli Enti, l’agricoltura strozzata dalla grande distribuzione, il deserto dei servizi, gli schiavi nei campi dei caporali da assistere a spese della regione, il medioevo dei trasporti … dopo tutto ciò, ecco il vuoto della cultura che, senza giovani, nessuno può più innovare, la cultura bloccata sul peperone crusco, la cialledda e il “cuandro” dietro la tenda:
  • Vedi dove si cacava, qui, tutti insieme?
  • Uuuuh! Fsssffss! – sfrigola il turista.
  • Cento lire, grazie…
Qui non c’è nulla, noi non esistiamo.
Vinti, come gli Indiani d’America: da loro, con Buffalo Bill, la corona degli avi con le penne d’aquila, qui da noi, nelle nostre grotte, si esibisce la sconfitta, la povertà antica e la miseria nuova, e si sfila a nostra volta nel gran circo per il pubblico pagante, per i nipoti dei conquistadores che vengono a vedere la vergogna che non si vergogna.
Qui – anche qui – ci sono (sempre) loro, seduti a tasche aperte, ancora una volta piombati qui a intascare – loro stessi – i fondi stanziati per questo strano Mezzogiorno orgoglioso della propria minorità, delle proprie camorre, delle astuzie traviate di quei viceré eletti inquisiti condannati prescritti e subito rieletti ed acclamati dai cortigiani che blandiscono la plebe speranzosa di nuove distribuzioni FESR, la nuova farina di cittadinanza, fra una festa e l’altra, che la forca è ormai virtuale. 
Per compiacerli –  gli occupanti –  li guidiamo scodinzolando sui luoghi delle nostre miserie, tra le vie di ciò che loro sui loro libri hanno disegnato come unica-ultima-definitiva oleografica essenza lucana e noi abbiamo accettato come nostra identità spalmataci addosso come vernice, aderendo, almeno per finta, allo stereotipo coloniale del misero-ma-buono, erigendo musei in memoria dei colonizzatori e dei loro antropologi, missionari buoni, ma anche di quelli non tanto buoni come quelli del familismo amorale cui si dedicano templi recenti pur di inventarsi da campare, mungendo – si chiamano “progetti” – fondi da quella cornucopia che paga castra corrompe sterilizza e tacita.
  • Saib, guardate come eravamo miseri! – vanno dicendo le guide alle mandrie di visitatori vomitati in piazza dai ventri fumanti dei bus.
  • Ha ha!
  • Vi piace Matera?
  • Wanderfull !
  • Certo, la nostra è una cultura subalterna, – si cita con malcelato orgoglio, la mano tesa alla monetina che arriva.
  • Vi piace la nostra vergogna?
  • Wow! Un selfie.
  • Cento lire, grazie, avanti un altro.
  • Venghino siori venghino a vedere come si viveva promiscui col mulo, sì, il mulo, e il maiale.
  • Visto? Cento lire, grazie!
  • Davvero? Molto pittoresco! – Rabbrividisce la turista in calzoncini.
Riscatto!
  • Riscatto? Certo, ce l’abbiamo già. Ci abbiamo intitolato pure una strada, al riscatto. Eh!
  • Una strada?
  • Beh… una viuzza, un vico.
  • E dove porta?
  • Beh… veramente è una strada senza uscita.
  • Ah, ecco.
Quante volte lo dobbiamo pagare questo riscatto?
E quando è che ci hanno sequestrati? Ce lo ricordiamo almeno?
E quando è che gli abbiamo consegnato chiavi in mano la nostra dignità?
Su YouTube si trova ancora un vecchio filmato Rai sulla Basilicata: fine anni 50, una donna col fazzoletto in testa torna sull’asino dalla campagna, Trufelli la apostrofa chiedendole di contribuire allo spettacolo e lei tace, lo ignora, non degna d’uno sguardo né lui né il cameraman, stringe le labbra e tira via, dignitosa, signorile, altera.
Dignità.
Oggi si fa la fila per giorni sperando di poter finalmente scoppiare a piangere in una telecamera in diretta su un qualche canale purchessia.
Dignità.
Dote antica e dismessa che fa rima con digiuno.
Venghino siori venghino, ecco la capitale della vergogna. Noi siam la canaglia pezzente – cantava un vecchio inno del lavoro – ma a spezzar le servili catene, qui, ormai, non ci pensa più nessuno, abbacinata contrada dai lustrini riparatorii, mentre partono i giovani restano i vecchi e arrivano badanti, trivelle, lavavetri ai semafori, schiavi nei campi e tante scorie.
Forza, in fila, intonate con me l’inno alla gioia, forza che ci sono le telecamere.
Dissolvenza…

martedì 1 gennaio 2019

l'Italia dei divieti anche a capodanno

L'Italia è un ben strano paese: pare che colà i governanti siano particolarmente inclini a dettare leggi e divieti iniqui e incomprensibili. 
Sembra addirittura che esistano da tempo degli specifici comitati di studio demoscopico che periodicamente riferiscono al governo quali siano le più diffuse inclinazioni degli Italiani e che dopo approfonditi successivi passaggi parlamentari, il governo, immancabilmente, provveda a emanare regolamenti e divieti che, proibendo le più comuni abitudini dei sudditi, le rendano infrazione o dolo, se non addirittura reato.
Appurato, per esempio, che gli Italiani hanno l'abitudine di parlare a telefono mentre guidano l'auto, il governo ha provveduto a emanare apposito divieto. Lo stesso è accaduto per le cinture: accertata la intolleranza italica alla bretella, il solerte legislatore l'ha subito resa obbligatoria. E così di seguito: gli italiani firmano a manetta assegni post-datati? e il governo subito li proibisce; sparano botti paurosi e pericolosi a Capodanno tanto da lasciarci mani, dita occhi se non la pelle? Zac arriva il divieto; tendono a spargere rifiuti in ogni dove? subito un decreto glielo proibisce; pescano e azzannano datteri di mare? Zac! proibito! Amano guidare a tavoletta le auto che i produttori costruiscono apposta sempre più veloci? Alt, vietato! Politici e funzionari amano accettare mance vacanze mazzette stecche trombatine e altri doni dai remagi, a volte a loro insaputa? Be': implacabilmente arriva il divieto. E così per ogni cosa, ormai, per ogni cosa, per ogni singola piacevolezza, interviene lo Stato con i suoi divieti.

Per gli abitanti di quella sfortunata nazione, è solamente mesta speme il pensar l'Italia libera infine dalle leggi; nel cuor d'ognuno si coltiva: una chimera.
(w/cody)

martedì 25 dicembre 2018

Italia triste, vecchia, monarchica.

Tristissimi dati: 10 anni fa il massimo dell'affidabilità andava alla Polizia, Ente dotato di un qualche potere reale; seguita nel record da Napolitano, e poi da Europa e Chiesa e quindi da Scuola e Papa, entità più astratte e di rappresentanza che realisticamente operative nel quotidiano. I soggetti che invece realmente operano: parlamento, regioni, comuni, partiti e Stato, pur puntualmente votati alle elezioni e struttura portante della Democrazia, non godono di molta fiducia fra gli Italiani.
Nel 2018 la situazione è ulteriormente peggiorata: quasi tutti i soggetti del sondaggio perdono pesantemente di credibilità, a parte Bergoglio (che recupera rispetto a Benedetto), mentre la Polizia rimane stabile anche se al secondo posto.
La lettura è immediata: un popolo diffidente e chiuso in casa che non confida nello Stato. Non nutre fiducia proprio in quello Stato che gli garantisce la libertà, scuola, sanità, sicurezza, agibilità, diritti e invece si vuole affidare al Papa (che magari un po' di diritti li toglierebbe) e alla Polizia simbolo del bastone repressivo. 

Il resto...
Che dire?
Se nel sondaggio inserissero padrepio e la regina, avrebbero di certo i primi posti: il miraggio il mito la favola - però da difendere col manganello - sono al vertice dell'immaginario collettivo, mentre il paese reale, la concreta realtà sono derelitte e inaffidabili, inutili; se ne farebbe pure a meno di parlamento, partiti, democrazia, sindacati, diritti: il potere tutto al papa e il bastone per chi non la vuol capire.
Italia triste e vecchia, monarchica e fascista.


http://www.demos.it/a01557.php

sabato 8 dicembre 2018

capitalismo italiano

In Italia si calcola che che dal 2017 chiudono più di 200 imprese al giorno.
Un pezzo alla volta il sistema industriale italiano sparisce. 
Si intuisce quale sia la qualità dei nostrani "imprenditori". Finiti i trasferimenti statali e le svalutazioni della lira che gli hanno consentito per tutto il '900 profitti immensi mai reinvestiti né in ricerca né in innovazione, l'industria italiana un pezzo alla volta si squaglia al sole o migra all'estero. 


I nostrani "capitani coraggiosi" da rotocalco, messi di fronte a una reale competizione sul quel libero mercato che fingono di amare, dimostrano a conti fatti quanto sia inconsistente la loro capacità di innovare e produrre.
Capitalismo straccione, diceva qualcuno. 
Sono passati 100 anni ma la situazione non è cambiata, anzi.

Quale occupazione potrà ancora crearsi in Italia se mancano i datori di lavoro? 

Verranno dall'estero? 
A far cosa? 
A pagare mazzette alla mafia e ai politici? 
A far causa per 14 anni per farsi pagare fatture inevase in un paese dove ci sono più avvocati che imputati? 
No, che non verranno, anzi se ne stanno andando. 
Fra poco i disoccupati saranno così tanti che si invocherà dal basso la cancellazione dei CCNL e il ritorno al cottimo, già - di fatto - surrettiziamente ripristinato in molte attività. 

Se è rimasto qualcosa a sinistra di Forza-Renzi, è ora di mettersi a lavoro smettendo di pensare solo alle poltrone e agli appalti per gli amici.

martedì 16 ottobre 2018

nuovi dilemmi sociali - Giornalemio



Fra i tanti cambiamenti che si registrano nel mondo del lavoro in questi anni di liberismo c’è il fenomeno dei lavoratori minacciati di licenziamento che scendono in piazza a tutela del profitto padronale, quale condicio basilare della loro stessa sussistenza; non più quindi per chiedere con forza al padrone maggior salario e sicurezza come accadeva un tempo, ma – praticamente – a difesa degli interessi del padrone stesso.
Il capitale, insomma, oggi qui da noi usa il deterrente occupazionale per salvaguardare i propri profitti. Per esempio, se qualche azienda viene beccata perché risparmia sulla sicurezza e sull’ambiente e quindi deve impiegare una parte dei guadagni in bonifiche o migliorie, è subito pronta a mettere in allarme occupazionale i dipendenti che prontamente scendono in piazza – apparentemente per difendere il proprio posto di lavoro -, a tutela del lucro padronale.
È la logica del capitale – il massimo profitto al minor costo.
Logica che, evidentemente, nessuno più vuol mettere in discussione.
Il fenomeno si manifesta maggiormente nel caso del capitalismo assistenzializzato dei gestori dei pubblici servizi che fanno gli imprenditori col capitale di Pantalone, trasporti pubblici in testa. Sempre più spesso si vedono nei TG dipendenti di aziende di servizi pubblici in sciopero sotto la Regione perché non ricevono lo stipendio da diversi mesi. Lo stipendio lo devono ricevere dal titolare della ditta, ma manifestano sotto la Regione per sollecitare la erogazione dei fondi al “padrone” così che questi possa pagarli.
A questo modo, non solo non si capisce più dove sia finito il capitalismo della libera impresa privata, ma non si capisce affatto dove sia la convenienza della Regione e dello Stato in generale a gestire in questo modo i servizi pubblici: i pullman li mette la Regione, le strade sono dello Stato cioè dei cittadini, i cittadini pagano il biglietto, per gli stipendi si bussa alla Regione… Ma allora: il “titolare” della ditta, capitalista liberista fautore della libera imprenditoria privata, cosa diavolo ci mette di suo? Solo la tasca per i profitti?
Ma forse una spiegazione c’è e sono io che non la vedo. Potrebbe qualche esperto spiegarmi, per favore – dico davvero –,  dove sia la convenienza per la Regione e per i cittadini? Mi domando e chiedo agli esperti: così come per i parcheggi a pagamento, la spazzatura ecc., non sarebbe meno oneroso per Comuni e Regioni gestire in proprio questi servizi? (Ovviamente con criteri privatistici di verifica del lavoro svolto e vigilanza totale su fedeltà e correttezza). Se non altro non ci sarebbe da garantire – innanzitutto – il profitto del “titolare”.
Da parte pubblica il non voler “compromettere” l’occupazione forse è diventato un paravento per cospicui interessi privati.
Basti pensare ai rifiuti: non sarebbe più semplice abolire la gran parte degli imballi in plastica, tetrapak, latta, polistirolo in favore invece di vetro, cartone e altri materiali biodegradabili, anziché cercare disperatamente dove ancora poterli ammassare tutti questi milioni di tonnellate di scarti?
E non sarebbe doveroso tornare IMMEDIATAMENTE al vetro-VUOTO-A-RENDERE?  Perché è scomparsa la vecchia “cauzione” che garantiva il ritorno-riciclo della bottiglia vuota?
Ha senso pagare il vetro assieme al contenuto, poi andarlo a depositare rotto nelle campane dove qualcuno, già ben pagato per raccoglierlo, se lo va a rivendere riguadagnandoci ancora e infine questo vetro deve poi essere rilavorato per tornare contenitore di alimenti?
Quanto stracosta tutto ciò? Al di là dei profitti di alcuni soggetti, quale è il senso di questo ciclo? Ma non lo si può interrompere: ci sono interessi miliardari da tutelare e se le aziende produttrici guadagnano meno…  poi licenziano.
Questa è la trappola in cui ci si è infilati.
E alle montagne di monnezza che ormai ci sovrastano ci deve pensare lo Stato a spese dei cittadini che prima lo pagano ai privati il costo di quegli imballi, e poi hanno da smaltirseli, quegli imballi, a costi stratosferici, pagando altri privati per farlo.
Demenziale.
Pensare al terribile dilemma di Taranto fra salute e lavoro fa venire mal di testa: i profitti nei decenni li hanno intascati i privati, ora il dilemma fra occupazione e salute è dello Stato, che prima era il padrone delle ferriere, poi i profitti ha pensato bene di lasciarli al privato, accollando ai cittadini costi e malattie.
La politica, l’opinione pubblica, il sindacato, i giornali, tutto il paese e forse il mondo-globalizzato è intrappolato in questo artificio: alcuni a fini di lucro devastano ogni cosa e noi, per fame, dobbiamo proteggere i loro interessi sennò ci licenziano.
Come si sia finiti in questo dilemma è storia da raccontare, come uscirne è storia da costruire.
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lunedì 8 ottobre 2018

patria e francobolli

Ci fu un tempo in cui la emissione di un francobollo commemorativo era un avvenimento importante per lo Stato e per il Paese stesso.
Dedicare un francobollo a Marco Polo, o a Raffaello Sanzio significava far circolare in Italia e all’estero, su un quadratino, un segno delle radici del nostro Paese; basti pensare alle emissioni della serie “Turrita”, simbolo incoronato dell’Italia stessa, oppure al francobollo dedicato alla Resistenza partigiana, momento fondante della Repubblica, o a quello di Alessandro Volta o di Goffredo Mameli, per comprendere intuitivamente il senso del discorso.
Un pezzo della identità patria, insomma, studiato, deliberato, valorizzato e stampato per dar lustro all’Italia.
Capita ora di vedere che vengono emessi francobolli non più dedicati al Colosseo o a Galileo, ma a prodotti commerciali, come questi qui raffigurati. Vedo da google che ne sono stati emessi diversi altri commemorativi (ohibò!) di altre marche, di pasta, di merendine, liquori cioccolatini e via scoprendo vantaggi, come se non bastassero gli spotti alla TV. 


Questo lo stato delle cose: si smette di ricordare scienziati o grandi artisti per inneggiare a prodotti da banco; se penso che in certe città si intitolano le piazze non più agli eroi del Risorgimento o della Resistenza (a questi ultimi comunque davvero di rado) ma a palazzinari costruttori, mi rendo conto che si tocca ormai davvero il fondo.
Palazzinari che si presume munifici almeno al pari di certi banditi inspiegabilmente sepolti nelle chiese vaticane accanto a santi e grandi papi: potere delle dazioni.
Cominciamo allora a cambiare il nome delle strade in onore dei prodotti da banco in sostituzione dei padri della patria! Si può cominciare da via Verne, per esempio: sulle tabelle e sui documenti basterà aggiungere una “L” e così via Vernel lo sciacquamorbido è servita; a via Nicola Sole, basterà cambiare il Nicola in Piatti per avere l’effetto modernizzante, a via Lucana, basterà cambiare la vocale in coda  per avere Corso Amaro Lucano, che via Vena è un po’ sacrificata, mentre Giotto va già bene così che è una marca di matite. 
E non credete sarebbe bello avere un bel viale Nutella?
Al Natale si è già provveduto da tempo utilizzando il simbolo della Coca-Cola che è quel rosso Babbonatale che gigiona ormai in ogni casa; Halloween ha preso il posto del vecchio ognissanti e fra poco verranno rimosse le statue di padrepio e rimpiazzate col magico mastrolindo che a miracoli non è secondo a nessuno.
Oh, siamo o non siamo nella economia di mercato?

Ti piace? E allora: pedala.

sabato 6 ottobre 2018

Gli indifferenti da Gramsci a Scalfari


"In Italia c'è una contraddizione, attuale ma storica perché vecchia di secoli: come mai gran parte degli italiani è politicamente indifferente e perché un quarto almeno dei non indifferenti vota da vent'anni per Berlusconi?
La risposta l'abbiamo data già molte volte ma è bene ripeterla in un Paese di corta memoria: indifferenti o berlusconiani o grillini, odiano lo Stato, le istituzioni, la politica. Per secoli hanno visto la loro terra governata da Stati stranieri e tirannici, Signorie, altrettanto tiranniche, una borghesia inesistente, una cultura ristretta a ceti privilegiati, un'economia di rapina.

Di qui il ritrarsi nel proprio interesse particolare, il disprezzo dell'interesse pubblico, la fragilità d'ogni tentativo di modernizzazione affidato ad élite presto trasformatisi in caste.

Questa è stata la storia del Paese e di questa paghiamo il prezzo, sperando in una svolta che ci consenta di uscirne."
Eugenio Scalfari 
8 settembre 2013
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Troppi padri di famiglia italiani, cristianissimi, democraticissimi e repubblicani solo il 2 di giugno (forse), insegnano  ai loro figli, nei fatti e con l'esempio, che furbo-smart è quello che non paga le tasse, che salta la fila, che passa col rosso, che butta i rifiuti dal finestrino, che piglia lo stipendio senza lavorare facendosi mantenere dalla fatica altrui.
Il “senso dello Stato”, in larghi strati della società, è assente; in quei territori sociali la democrazia è come la festa degli alberi alla scuola elementare il 21 di novembre, quando la maestra dice la poesiola e tutti si canta, si pianta un bell’alberello mentre si abbattono centinaia di pini secolari per fare posto ai parcheggi nell’indifferenza generale, e il preside fa un bel discorso sull’ambiente mentre tutti trattenendo il ghigno gli "abbattono" le mani aspettando l’otto dicembre per “abbattere” l’abete nuovo e metterci le palle di natale.
Questi i cittadini che il potere alleva con premura, li addestra al conformismo ipocrita e li usa come clave alle elezioni promettendogli tanti bei balocchi.
I mass media mostrano che qualcuno davvero li ottiene quei balocchi promessi, il posto, la lotteria, il sussidio e quindi c’è speranza, accade, quindi è vero, domani potrà capitare anche a me.
(w/cody)*


domenica 30 settembre 2018

la Violenza culturale teocon.


Ministri come Lorenzo Fontana che assieme al suo consulente spirituale, tal don Vilmar, dichiara che “la fede cattolica ha sempre prediletto la monarchia” e di considerare l’optimum socio-politico il regno di Carlo Magno, fanno rabbrividire.
Sentire che hanno in mente di sabotare se non abolire il divorzio, l’aborto, le unioni civili, il biotestamento e “anche i giornalisti”, fa spavento; leggere che nel novero del “prossimo loro” non rientrano i migranti e che “le donne con un libro in mano” sono uno scandalo da evitare, deve allarmare ogni coscienza civile, ogni essere pensante, ogni spirito democratico.

Senatori come Pillon che bramano ossessivamente la cancellazione dei diritti acquisiti negli ultimi 60 anni di civiltà, per riportare il Paese e possibilmente l’Europa indietro all'epoca della Controriforma, danno il senso concreto del rischio che si sta correndo avendo affidato a questa gente la guida del Paese, tanto più che si scopre essi rappresentano la avanguardia di movimenti - minoritari ma agguerriti - che pretendono, con ogni mezzo, di imporre a tutti i loro convincimenti - scambiati per verità rivelata - e i loro comportamenti.
Quanto coerenti poi, siano questi comportamenti, lo abbiamo visto dalla partecipazione al Family Day di certi personaggi politici, noti per le loro inclinazioni non certo claustrali.

VIOLENZA CULTURALE è la definizione esatta delle attività di questi movimenti e dei loro leader se si pensa alla legge 40, alle obiezioni di coscienza negli ospedali, alla imposizione del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici, alla invadenza clericale nell'informazione e a tutte le altre nefandezze che stanno meditando di prescriverci.

Costoro pretendono di essere depositari delle ricette per il bene dell'umanità e pretendono di imporre i propri costumi agli altri.

In questa parte dell'Europa, in questa nostra epoca, per nostra fortuna, lo fanno con manifestazioni pacifiche e tendono legalmente ad abolire diritti tanto faticosamente conquistati; qualche tempo fa, lo facevano con la brutalità della tortura, dei roghi e delle esecuzioni capitali.
Come avviene ancora oggi in altre parti del mondo.
Possiamo dirci fortunati.
Transitoriamente fortunati.
La civiltà occidentale li ha costretti a smettere, ma - attenzione - non hanno cambiato idea, no: sono ancora lì pronti a ricominciare con la tortura e la lapidazione a far uscire il maligno dal corpo delle donne.


Il papa ieri ha parlato pubblicamente con l'AIE, cioè con l'ordine professionale degli esorcisti. 
Esorcisti !!! 
Nel 2018. !

Il Califfo del sedicente ISIS nei territori del califfato ha organizzato la scuola secondo la più rigida segregazione sessuale - le femmine separate dai maschi – e con la introduzione di nuovi programmi scolastici. Primaria materia di studio è la religione, mentre scompaiono materie come la musica, la filosofia, l’arte, la sociologia, la psicologia e finanche la storia. Sono ammesse materie scientifiche, matematica, fisica, chimica, ma vietatissimo rimane tutto ciò che risulta difforme dal fanatismo religioso, in primis, ovviamente, l’evoluzionismo darwiniano.  

Sono lontani? Non tanto: solo 50 anni fa, qui da noi, le scuole come le chiese imponevano la separazione assoluta fra maschi e femmine e le donne dovevano entrare in chiesa rigorosamente col capo coperto da un velo o da un foulard o una bandana legata sotto il mento. “Metti il fazzoletto in testa”, si diceva alle bambine.

Solo 50 – 60 anni fa, dalle nostre parti, era impensabile per una donna “per bene” uscire a capo scoperto, senza un velo che coprisse i capelli, il burqua nostrano. 

Il consumismo, non tanto l’evoluzione culturale quanto la moda di importazione, ha da noi modificato queste condotte almeno nella sfera dell’apparenza, ma nelle midolla della fede vigente e militante, la sostanza è rimasta quella, la stessa dell’Isis. 

Questi nostalgici del medioevo, della inferiorità della donna, della sacralità del maschio padrone, sono sempre in agguato per approfittare di ogni momento favorevole per riproporre le loro teorie disumane, specie oggi che la democrazia in Europa sta vivendo stagioni difficili e pericolose.

A questa VIOLENZA CULTURALE può seguire la violenza sociale della negazione di diritti fondamentali da parte di chi – ammettono – non ama la democrazia e i suoi effetti su mentalità e società.

Se non ci si decide a reagire, e in fretta, questa violenza ci travolgerà riportandoci indietro in secoli bui, violenti e repressivi che pensavamo – sbagliando – di poter dimenticare.

leggi qui l'intervista a don Vilmar, consulente spirituale di Fontana.




sabato 29 settembre 2018

Vasilij Borshjov Il marinaio di cambusa - Testo di Gianni Maragno e Emanuele Giordano.


Centodieci e lode ai valorosi marinai russi

In questi giorni nel mare di fronte la città di Messina la presenza di un incrociatore della marina militare russa con a bordo la banda militare dell’Accademia Navale di S. Pietroburgo è testimone di un messaggio di pace e fratellanza tra i popoli.
Era il 28 dicembre del 1908, quando un terremoto e un maremoto di terribili proporzioni devastarono le coste di Calabria e Sicilia distruggendo in gran parte le città di Messina e Reggio Calabria.
In quell’occasione la flotta imperiale dello Zar di Russia, impegnata per esercitazioni militari in Sicilia, fu la prima a prestare i soccorsi alle popolazioni colpite dalla tragedia. Un gesto di grande unione che resiste all’usura del tempo e alla superficialità di quegli uomini che non amano, attraverso il passato, costruire un futuro di pace e solidarietà.
Così la visita dei delegati della St. Andrew the First-Called Foundation di Mosca porta con se un ricco programma di studi, concerti, incontri che dal 23 al 26 settembre si terranno a Messina - Taormina - Reggio Calabria. Ad allietare le giornate saranno proprio loro i Marinai russi e italiani che con le proprie guardie d’onore e con le loro bande eseguiranno opere e concerti al cospetto di autorità civili, religiose e militari dei due Paesi.
Anche la città di Matera sarà ricordata in questo contesto per l’opera ideata proprio nella Città dei Sassi:

Vasilij  Borshjov
Il marinaio di cambusa
Cantata  per Orchestra di fiati, Coro e due voci recitanti
Testo di 
Gianni Maragno e  Emanuele Giordano.
Brani letterari russi, 
inquadramento storico-letterario e traduzioni
dei testi poetici a cura di Marinella Mondaini.
Musiche, parafrasi poetiche e  poesie originali 
di Nicola  Hansalik  Samale.


L’Opera è stata eseguita in prima assoluta nel Palazzo Marchesale di Laterza (TA) e ripercorre, attraverso la figura del cuoco di bordo imbarcato sulla nave ammiraglia della marina russa, le vicende legate ai soccorsi prestati nel 1908.

Il 25 settembre 2018, presso l’Università di Messina, l’Opera Vasilij  Borshjov è stata presentata nel corso di un convegno con gli interventi di Marinella Mondaini per quanto relativamente al libretto e agli aspetti letterari, e dal Maestro Michele Amoroso, Direttore d’orchestra e Compositore, per quanto riguarda la tessitura musicale, con l’ambita prospettiva di riproporne l’esecuzione nell'agosto del 2019 sulla Piazza Rossa di Mosca, in occasione del Raduno Internazionale delle Bande Militari; è auspicio condiviso che l’esecuzione possa essere affidata alla Banda della Marina italiana e quella dell’Accademia Navale Russa, insieme al coro della Città di Messina, unite nella musica e sotto l’unica direzione del Maestro Michele Amoroso, docente del conservatorio peloritano intitolato ad “Arcangelo Corelli”. Risalta affettivamente il nome di Michele Amoroso, nipote di un artista materano, l’omonimo pittore Michele Amoroso, che, prima di trasferirsi definitivamente a Messina, volle lasciare un contributo alla sua città natale con la progettazione di un Teatro, i cui lavori ebbero inizio il 1908. Un vanto per la Capitale Europea della Cultura 2019, ma anche un monito, perché su quell’esempio si possa definitivamente porre rimedio alla indecorosa assenza di un Teatro che sia conforme al prestigio e alle tradizioni della nostra Città.

Gianni Maragno

venerdì 28 settembre 2018

cultura, trincea contro la barbarie


Non ho mai conosciuto mio nonno paterno, era nato negli anni 80 dell’800. Lasciò qualche pezzo di sé in una trincea della prima guerra e tornò a casa. Se ne andò qualche anno dopo, in silenzio. Mio padre era un ragazzo allora.
Mio padre mi raccontava spesso di lui, del suo silenzio, della sua austerità, dei suoi stringati racconti, di quella volta che aveva detto:

 “A Gorizia ho visto un teatro: era bello.”





Gorizia. Fronte di guerra dove:

sotto l’acqua che cadeva a rovesci/
 grandinavano le palle nemiche/
(…)
Oh Gorizia, tu sei maledetta /
per ogni cuore che sente coscienza/
dolorosa ci fu la partenza/
e il ritorno per molti non fu.”

A scuola ci dovrebbero andare tutti, diceva mio nonno, come in un sogno di socialista ingenuo: e tutti saper leggere e scrivere e capire la filosofia, l’arte, la storia, la vita dell’umanità, i pensieri della gente. E capire il teatro, il dramma e la commedia. E dopo, ognuno farà il suo mestiere, chi il medico, chi l’ingegnere, chi il calzolaio, chi il contadino. Ma alla sera, dopo il lavoro, il dottore e il calzolaio, che hanno fatto le stesse scuole, si trovano sulla piazza e parlano di teatro e di arte e di filosofia.
Perché tutti possiamo capire e apprezzare le cose belle della vita.
Così diceva mio nonno: anche se di diversa professioni e differente ricchezza, la gente deve essere unita dalla cultura, dai saperi.

A scuola oggi ci vanno tutti, il sogno di mio nonno si è avverato, ma in un modo distorto.
Le persone oggi si incontrano e, qualunque mestiere facciano, parlano fra loro, sì, ma di gol, di campionati, di vestiti e di automobili: di merci oppure di soldi da vincere alle lotterie per poter comprare più merci.

Però, quando penso che un noto ex sindacalista, Cofferati, è uno dei maggiori esperti di opera lirica in Europa, allora credo che mio nonno avesse ragione nel pensare che per esercitare al meglio non solo una professione ma anche solo il “mestiere di essere umano” occorra la cultura, occorra essere immersi in un ambiente che offra stimoli alla creatività delle persone, attraverso la scoperta o la riscoperta delle parole, dei pensieri, delle pulsioni profonde, delle passioni, dei ritmi del corpo e della voce dell’immaginazione.
Proprio nel senso che l’esercizio quotidiano della conoscenza e della scoperta dei territori interiori, oltre che di quelli estesi nel mondo, possa essere l’unica trincea contro la barbarie.

Per decenni, per tenere lontani i ragazzi dalla strada, dalle devianze, per la loro educazione sentimentale e civile e culturale non si è puntato sul teatro, sui centri di lettura, sulle associazioni culturali, sulle biblioteche. Si è puntato piuttosto sui palazzetti dello sport, sugli stadi megagalattici, sulle aggregazioni di giovani in tifoserie pronte a trasformarsi in corpi elettorali compatti e lasciando che in alternativa i ragazzi avessero solo discoteche e angolini bui.

C’è un insostenibile senso di vuoto in una società senza cultura che ha affidato la formazione delle giovani generazioni alla TV e alle compagnie dei telefoni e a chi vuole solo vendere prodotti.
Eppure. Eppure.
Anni fa in una scuola elementare tenni un laboratorio di scrittura creativa collegato a esperienze teatrali per i ragazzi. A fine laboratorio, uno di loro, un bambino di 10 anni, mi disse: 
il teatro è un posto dove non c’è niente, ma ci può succedere di tutto”.
Io pensai a mio nonno e fui felice anche per lui.