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venerdì 21 dicembre 2012

Pasquale Di pede: e se ne vanno i giorni che vengono


Sunn i mangiè
chiocchijr p frntchè


e se ne vanno i giorni che vengono
e se ne vanno i giorni al vento
e verrà un giorno senza ritorno


la guerra è necessaria
qui non si campa d'aria
la guerra porta ordine
la guerra è così lontana
io gioco al lotto ogni settimana
la guerra non mi interessa

guarda l'alba
che si alza
quell'amore
che avanza


non ti accorgi
del tempo che incalza
potess ?

dammi ora
quel sorriso che colora
dammi ora 
la dignità per chi lavora.





Il disco di Pasquale è molto bello. 
Si tratta di un lavoro accurato, antico e moderno insieme, dove le sonorità complesse, mai banali, rendono forza ai versi che si dipanano fra le lingue che si mescolano. 
Il dialetto, qui, non è retorica, né traduzione da altri vernacoli come troppi usano tra questi balzi: qui il dialetto è lingua vera, canzone e ritmica che scandisce il quotidiano ed evoca il pensiero e il dolore e le stagioni e gli amori di un minuto e quelli di una vita.
Il dialetto di Matera che resiste al melting pot dell'inurbamento, all'assedio di altri idiomi che appunto si mescolano in un crogiolo dinamico dove la guerra è lontana ma ne sono vicini e consueti gli esiti, rivela la sua sonorità non aspra, la sua cantabilità scarna, la poetica delle vocali grezze.
I canti di Pasquale portano a non arrendersi per un brivido d'amore che la guerra no, non muore. 
La guerra non muore mai, come non muore l'amarezza, mentre tenace sopravvive superba la speranza. 
Canzoni dove la pigrizia diviene virtù e il lavoro dignità, la memoria un valore, la conservazione un dovere, l'innovazione un piacere, il sorriso un dovere.
Grazie, caro Pasquale.
Il disco è molto bello.