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venerdì 11 novembre 2011

PANCRAZIO TOSCANO intervento sul valore costituzionale della “repubblica fondata sul lavoro”

Vorrei provare a indagare sulle radici della complessa o, sarebbe meglio dire, complicata situazione attuale con particolare riguardo all’intersezione delle problematiche della conoscenza - e, più in generale, della cultura - con quelle del lavoro e del diritto ad esso sancito, con parole chiare e forti, nella nostra Costituzione.
  • Pensieri ad alta voce, non risposte. Ma chi ne ha oggi? Interrogativi e questioni aperte  che possono anche essere direzioni di lotta.
  • Conoscenza è, senza dubbio,  lavoro e prospettiva di un diritto ad esso non più negato. Se si considera un paese come il nostro - per le caratteristiche storiche e fisiche che ne hanno determinato la straordinarietà visibile - l’approccio colto alle decisioni politiche ed economiche  è materia prima necessaria, non esercizio estetico riservato a spiriti belli
  • Nella tradizione del nostro paese, però, almeno a guardare l’ultimo cinquantennio, il binomio cultura-lavoro è stato combattuto e sconfitto nel campo sociale, politico e nell’economia. Basti pensare all’emblematico destino di Adriano Olivetti e del suo modo di intendere l’industria, la modernità, gli interessi economici, la ricerca, il lavoro e il rapporto dei suoi protagonisti con la fabbrica. Tra  la sua visione e quella di Valletta vinse Valletta.
  • E ancora. Lo spirito della Costituente era permeato di approcci culturali che dialogavano con il meglio della cultura nazionale e internazionale. Ne è testimonianza il testo della costituzione prodotto. Per rimanere all’ambito della scuola, del quale più direttamente mi sono occupato, il dibattito sul diritto allo studio, sulla libertà di insegnamento - per fare solo qualche esempio e al quale occorre riportarsi per dissipare ogni dubbio sul loro senso - sono testi di fondamentale valore pedagogico che non prescindono dal dialogo e dalla conoscenza delle più aggiornate teorie del pensiero pedagogico internazionale come il pragmatismo di Dewey, per citare solo qualcuno. E quello spirito si trasferì nelle più avanzate esperienze didattiche  sia della scuola che dell’educazione permanente.
  • Tutto questo sembra essere appartenuto ad un altro Paese.
  • Per stringere ancora il campo mi preme fare alcune sottolineature sul nesso tra cultura del territorio e occupazione e sulla sua progressiva rarefazione, fino a scomparire.
  • Dopo l’ubriacatura/imbroglio e le fantastiche promesse di felicità della globalizzazione e del mercato, viviamo, di fatto, in un mondo basato su una generale cultura dello squilibrio e dunque dagli orizzonti limitati, quasi spontaneamente e acriticamente accettata.
  • In tempi più recenti si cambia persino il nome al sottosviluppo; le aree caratterizzate da esso si definiscono sottoutilizzate, e così ci si assolve ed esime da ogni onere, restituendo le responsabilità, per intero, a chi ci vive.
  • Con un simile impianto culturale viene meno l’interesse a far funzionare lo Stato che si trasforma in pregiata materia prima per un’imprenditorialità a bassissimo rischio e spesso a costo quasi pari a zero?
  • E’ il terreno di coltura: delle privatizzazioni; del progetto di distruzione della scuola pubblica; del costante rischio di privatizzazione del diritto alla salute, coniugato con forti squilibri territoriali nelle prestazioni.
  • Tutto condito dell’imbroglio delle categorie dell’efficienza e dell’efficacia
  • Cultura del territorio, dunque, come sostanza del valore della costituzione
  • Cultura del territorio e decentramento dei poteri, per andare avanti nel discorso
  • Come la mettiamo con il tradimento del ruolo da parte delle regioni, derivante dalla Costituzione, che era di garantire maggiore prossimità e adeguatezza degli interventi rispetto alle caratteristiche del territorio: in sostanza la garanzia di una più diffusa giustizia sociale? Sono diventate altra cosa, nonostante gli allarmi precoci - siamo alla metà degli anni ’70 - logicamente inascoltati, di chi era regionalista convinto che hanno finito per voler fabbricare cappelli dove intanto si decideva, progressivamente, di nascere senza testa.
  • Cultura del territorio e università. Rossi-Doria, nella metà degli anni ’70, fece un articolato e forte intervento, denso di attualità, in occasione della discussione di una delle tante ipotesi di riforma. Ma nel nostro paese ogni stormir di fronda è definito riforma! Fu inascoltato, ovviamente. Del mondo accademico, oggi, mi spaventa l’assenza e il silenzio ma è evidente che mi terrorizza di più il servilismo.
·         Cultura del territorio e capacità di sfruttare i vantaggi della posizione: che senso vero diamo al Mediterraneo? Il valore della contaminazione: insostituibile, permanente, che lo vogliamo o no, non arrestabile con anacronistiche, men che medievali difese del proprio spazio?
·         La tardiva scoperta di un Mediterraneo che - come diceva negli anni ’80, in maniera chiara, il geografo francese Bernard Kayser, conoscitore accurato del Mediterraneo, ma anche di queste terre - è geografia della frattura, non semplice luogo di insieme. Ma questo appartiene alla nostra strana idea di identità che se fosse coniugata come somma delle diversità, come in effetti è, cambierebbe prospettiva e esiti dei nostri discorsi.
·         Una parte importante della partita del Mediterraneo passa dalla Basilicata; ma non si è avuta consapevolezza del suo ruolo centrale; si sono perse le occasioni; si pensi alle infrastrutture, in primo luogo alla ferrovia e alla funzione di snodo tra le sponde orientali e occidentali.
  • Le vicende del Mediterraneo, fuori da questa complessa dimensione, sono altrimenti scritte nella vorticosa, antica mobilità che l’ha caratterizzato - nei termini in cui l’abbiamo conosciuta, ma  purtroppo deformati dalla inclinazione a dimenticare - e nella quale oggi la vivono altri disperati. E’ soprattutto considerando le modalità di essa (esclusione o riduzione al minimo della volontarietà delle scelte) che si coglie il dramma e l’impossibilità di arginarlo con culture eugenetiche o poliziesche.
  • Senza cultura, ancora, la fitta rete degli insediamenti, così come si è strutturata nel tempo, viene percepita come elemento di debolezza non come forza e valore, anche economico
  • E’ anche un problema di deficit di conoscenze. Il ritornello dell’ostacolo rappresentato dai tanti comuni, 8.000, in Italia non tiene conto del fatto che in Francia, con un minor numero di abitanti, sono 30.000. Il fatto è che i francesi hanno un’antica cultura del territorio che si traduce in organizzazione dello stato senza danni per le identità locali, anzi tenendone conto. La questione del crollo demografico nei piccoli comuni non è solo un problema lucano - se si guardano i dati di altre regioni, soprattutto del nord - ma di gran parte dell’Italia interna. Territorialmente significa di gran parte della nazione con le conseguenze inevitabili anche sulla sua tenuta fisica. Ai piccoli comuni si risponde con la pietà pelosa e ipocrita di vacui provvedimenti legislativi forieri di illusioni e che, se si guardano gli effetti degli investimenti, non arrestano nessun fenomeno di degrado perché il problema riguarda aree non singoli comuni
  • La desertificazione umana dei territori, premessa alla loro desertificazione materiale, uccide la democrazia  e falsa la percezione della sostanza politica del paese (vedi le differenze frequenti tra l’espressione del voto in aree urbane e rurali; il recente caso del Piemonte, ad esempio)
  • La mancanza di cultura del territorio è responsabile della mancata percezione del valore delle sue risorse. Un esempio.
  • E’ la crisi dell’agricoltura come valore che la fa divenire area di nuovi sfruttamenti; di nuove schiavitù o di utopie, poco credibili, di aree di nicchia che sono spesso falsi miraggi, di sostanziale scarso valore.
  • L’agricoltura diventa un valore se ritorna ad essere il settore “primario” e del quale, quindi, si occupa una politica capace di applicare ad essa le categorie della modernità diffusa.
  • Impossibile se: manca un progetto di sviluppo unitario del paese e, quindi, del Sud, anzi, dei sud del mondo come si diceva un tempo; se non cresce la cultura complessiva del contadino, come diceva nei primi anni Cinquanta Scotellaro mentre, all’orizzonte, si profilavano le riforma dopo la lotta per la terra; se  smette di essere contadino per caso e per necessità.
  • Questo significa trasformare il ruolo della politica; dargli una dimensione educativa; trasformare la folla in popolo, è ancora Scotellaro nel comizio del I° maggio immediatamente successivo alla guerra; percepire senso e valore delle alleanze tra categorie, classi sociali e aree
  • Risarcire, riprendendolo, con le categorie della modernità, il vuoto della retorica dell’alleanza operai del Nord/contadini del Sud dandogli il senso che può essere assicurato da un ruolo serio della conoscenza
  • Un’autentica rivoluzione del legame e del rapporto tra scuola e mondo del lavoro in uno scambio costante, virtuoso, di conoscenze - come è stato per lo sviluppo appropriato e consolidato di numerose aree del paese, ed è dimostrabile - non di dipendenza gerarchica
  • Solo a queste condizioni la scuola è proponibile come investimento e difendibile dai bassi profili del dibattito intorno ad essa al quale sembriamo disperatamente rassegnati.
  • E il discorso riguarda tutti. Gelmini rappresenta solo la metastasi di una lunga malattia. Ma per discuterne occorrerebbe attingere a qualcosa che, nel nostro paese, non si è mai praticato: la capacità di autocritica
  • Cambiando e rendendo contemporanee storiche del presente le categorie della modernità che non è tale se non ha profondi legami e riferimenti con le radici; se esse non sono lette come elemento dinamico
  • Si va in questa direzione se si chiudono gli spazi all’improvvisazione e si corregge l’incolto approccio a contemporaneità e tradizione che vanno vissuti come valori contestuali
  • Se si combatte l’incultura con le categorie dell’imbecillità nel senso del sine baculo ossia dell’essere protagonisti attraverso l’assunzione di responsabilità ad ampio spettro;
  • Se le categorie della valutazione diventano organiche al sistema e pratica dell’ordinarietà; se non sono una categoria su cui aggiornare il senso della speculazione sulle aree del sociale; della finzione della modernità rifugiandosi nelle categorie, diventate mitologia, dell’organizzazione e della meritocrazia, in concreto falsi obiettivi perché, nella realtà, si pratica l’opposto con una ripetuta sollecitazione della credulità popolare; interrompendo la spirale perversa del dirigere come categoria indipendente dall’oggetto del dirigere e, quindi, della conoscenza della materia da dirigere e dei suoi meccanismi e fini; considerando che il dirigere nasce dal lavoro e non è altro da esso; che esercitato come potere in sé uccide la democrazia e, quindi, la politica che con l’attuale stato dell’arte:
  • rende difficili i processi di ritorno alla democrazia e alla partecipazione che annoverano tra i nemici le lobbies burocratiche che, intanto, si sono consolidate, non solo negli livelli alti;
  • deforma la prospettiva delle aspirazioni individuali e collettive;
  • ha reso possibili le leggi elettorali vigenti e giustifica la sostanziale indifferenza collettiva verso di esse;
  • sottrae alle organizzazioni sociali e nei partiti la funzione di luogo di formazione e di servizio per la collettività, intesa come luogo di materializzazione del bene collettivo,
  • significa essere incapaci di intendere benessere e difesa della terra come ecosistema virtuoso per il quale è una necessità strutturale il superamento dei confini e non la chiusura. La mia patria ha più ampi confini perché sappiamo cos’è una siepe, come diceva Michele Parrella o il famoso Io sono un filo d’erba, un filo d’erba che trema e la mia patria è dove l’erba trema di Rocco Scotellaro. Messaggi entrambi spazzati via dal vento dell’approccio incolto del mondo del potere economico e politico per la sua attitudine a seguire lo sviluppo non a precederlo.
  • significa incapacità di intendere l’interesse e la convenienza di una cultura della cooperazione, dell’integrazione tra aree e o non di separazione gerarchica tra esse (affermare, come in altre circostanze ho fatto, che il leghismo è uno stato della mente non un partito politico territorialmente identificabile significa tenere presenti i rischi dell’approccio incolto e delle retoriche dei luoghi comuni: Nord/Sud non solo dell’Italia ma del mondo; ricchezza/povertà, negandone il rapporto di dipendenza; aree vocate allo sviluppo/aree destinate all’abbandono.
  • E se anche questo fosse il destino, deve esserci un progetto e non il fai da te dell’improvvisazione e della separatezza sostanziale da un progetto che, per essere tale, deve basarsi sulle dinamiche del tempo, a partire da quelli lunghi per cadenzare quelli del quotidiano, del qui ed ora.
  • L’interruzione, il rovesciamento di questo stato dell’arte, è l’elemento che può dare ossigeno alla percezione cosciente, antica e nello stesso tempo e perciò, direi, moderna del senso dei diritti iscritti nel dettato costituzionale che, perciò:
  • esclude al retorica, se deve rigenerare gli entusiasmi necessari;
  • riassegna il valore giusto alla comunicazione e ai media;
  • valorizza i singoli e restituisce la dignità ai vari pezzi del sociale;
  • restituisce il senso della cittadinanza, sviluppando la cultura del contribuente;
  • attribuisce alla partecipazione un valore economico;
  • restituisce ad ogni classe la sua dignità e riconsegna senso e valore alla dialettica necessaria e virtuosa tra esse, ricollocando il conflitto nelle categorie del confronto e non della finzione dello scontro;
  • ripristina l’osmosi tra le generazioni anche dove la continuità tra esse è stata traumaticamente interrotta senza regole e prospettive
  • Significa, insomma, riprendersi il senso dell’essere nella storia da protagonisti; capaci di prevederla, non di andargli a rimorchio
  • Così la carta costituzionale riacquista senso, o finalmente la acquista, riandando ai padri e risarcendo il loro sangue con la quotidianità del cambiamento
  • Tutto questo conferisce alla società della conoscenza una dimensione percepibile e onesta, fuori di approssimative retorichc e luoghi comuni.
  • Se non prevede di rimettere in moto tutto il travaglio virtuoso che comporta la gestione della complessità, non può che affermarsi nella più banale, e deresponsabilizzante,  società delle conoscenze che è la negazione del valore costituzionale del diritto al lavoro
  • Che è l’eclisse della politica come dovere civico in favore dell’inarrestabile necessità degli uomini della provvidenza.
  • Occorre, dunque, una rivoluzione culturale per tagliare le radici delle ragioni del precariato che è minaccia per la democrazia, attraverso la negazione del diritto di cittadinanza.
  • Tutto questo non è sogno ma realizzazione dell’utopia concreta della democrazia e delle ragioni della politica e della sua materializzazione nell’organizzazione sociale e quindi anche nelle lotte sindacali;
  • è definire meglio quella che - con infausta espressione carica di elementi e rischi di separatezza - si definisce la “società civile” considerando anche il rischio dei pericolosi spazi di qualunquismo che può contribuire a conferirgli la comunicazione tecnologica in tempo reale, il suo uso improprio, pervasivo, di finta modernità, carico dei lustrini e degli effetti speciali.
  • Uno spazio per arginare la crisi della politica, della politica senza progetto: non per la polis ma per i politici. Non poteva andare diversamente se si è passati dai partiti alle marmellate. E ci siamo dovuti subire pure i penosi discorsi sul crollo delle ideologie spingendoci fino alle raffinate sottigliezze di separare le idee dalle ideologie; come dire, azzarderei, separare l’acqua dal mare.
  • Si tratta, finalmente - in particolare per una regione come la nostra, piccola per demografia ma enorme per prospettive anche di lavoro – dell’avvio di una lotta di liberazione, il XXV aprile che ci è mancato.      
                                                                                              (pancrazio toscano)