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domenica 26 maggio 2013

FenomENOLOGIA… del vino


Qualche tempo fa è comparsa in libreria una curiosa opera di Massimo Donà intitolata “Filosofia del Vino”, ovvero, l’ebbrezza come via privilegiata verso la conoscenza. L’opera è di fatto molto originale e lascia riflettere la chiave u-morale del testo. Da Socrate a Nietzsche, passando per Tommaso d’Aquino per Vico e per Cartesio, il vino ha spesso illuminato le menti più illustri, si sostiene, interfacciando il sogno col reale, lo slancio immaginativo con la scepsi. Il Poeta Holderlin caro a Nietzsche per la profondità delle sue intuizioni, diceva “…Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando pensa.”, senza con ciò recare oltraggio ai filosofi.
Risulta praticabile quindi la nascita di una distinta nuova scuola di pensiero che osservi il rapporto fra la mente e il vino e che dovremmo, necessariamente, chiamare FenomEnologia. Nel rispetto della scuola di Husserl, la FenomEnologia osserverà i lacci stretti che esistono fra uomo, pensiero, vino, arte, poesia, religione, rito: in breve società civile, essendo essa una scienza non di fatti ma di essenze e i fenomeni di cui si occupa non reali ma irreali.
L’esistenza di un saldo legame fra vino e filosofia fu già chiara quando Platone descriveva la capacità di Socrate di consumare incredibili quantità di vino senza che la sua lucidità ne fosse compromessa, la conferma la avemmo da Hegel quando scrisse la “Fenomenologia dello Spirito” e vale rammentare che uno dei più noti filosofi italiani si chiama proprio Buttiglione, anche se temo che sia del tutto astemio.
E’ fuori di dubbio che l’uso di sostanze psicotrope debba essere databile con la comparsa dell’uomo stesso. Il primitivo uomo frugivoro e raccoglitore imparò da solo che certe bacche o erbe e fiori davano particolari effetti sull’organismo, e si peritò di riprovare e magari di acquisirne una piccola scorta per le necessità. 5000 anni prima di Cristo i Sumeri usavano il medesimo ideogramma “UHL” per indicare la gioia e il seme dell’oppio. L’uso del fuoco nelle grotte lasciò facilmente scoprire che i fumi della combustione di certe piante potevano dare ebbrezza ai convenuti. La coltivazione della vite, in origine pianta selvatica, segna un passo importante nella evoluzione della umanità. Se già 3500 anni prima di Cristo un papiro egizio descriveva un impianto di distillazione dell’alcool e dal 3000 a.c. in Cina si usava abitualmente il tè come corroborante, si comprende bene come intenso possa essere il rapporto fra l’uomo e le sostanze euforizzanti. La capacità del vino di dare allegria e anche oblio era nota agli estensori della Bibbia dove tra i proverbi si legge: ”dai del vino a coloro che menano vita grama, lasciali bere e dimenticare la loro povertà” e nei Salmi: “Così che possa trarne cibo dalla terra e vino per allietare il cuore dell’uomo”, tanto che Noè, scampato al diluvio, la prima cosa che fece toccando terra fu piantare una bella vigna. Il Talmud babilonese, 500 anni prima di Cristo, prescriveva: “Il vino è alla testa di tutte le medicine”.
Ma è altrettanto fuor di dubbio che l’uso del vino e di altre sostanze euforizzanti si è da sempre trovata al centro di forti tensioni. Dal dualismo che emerge dalle precedenti letture bibliche già si comprende che il vino allieta il cuore dell’uomo che possiede una terra, la coltiva o la fa coltivare e se ne gode i frutti; per coloro che hanno vita grama, invece, il vino reca oblio e stordimento, ma occorre che altri gliene offrano. Il solco che divide questi diversi usi del vino è lo stesso che separa il bambini della Favelas che sniffano vernici e i famosi calciatori che tirano su col naso come se avessero costosi raffreddori.
La leggenda narra che il giovanetto Bacco affrontò un lungo viaggio a piedi attraverso la Grecia. Per sostenersi si munì di un agile bastone. Lungo il cammino incontrò lo scheletro di un uccellino. Impietosito ne raccolse un ossetto e lo infilò sul bastone. Più avanti i resti di un grosso leone gli fecero interrompere il cammino. Anche della fiera raccolse un osso infilandolo vicino al primo e proseguì il cammino. Dopo tanta strada si imbatté nella carcassa di un vecchio asino. Un osso di questa povera bestia raggiunse i primi due infilati nel bastone. Alla fine del viaggio Bacco non ebbe più bisogno del bastone e lo piantò nel terreno. Quando due anni dopo ripercorse il cammino, scoprì che il bastone era germogliato e dai suoi pampini scendevano strani grappoli di frutta. Il sugo di questi frutti, scoprì, dopo il primo bicchiere rendono l’uomo allegro come un uccellino; l’ulteriore mescita rende l’uomo forte come un leone; le somministrazioni successive lo rendono fiacco come un vecchio asino.
Apollo e Bacco-Dioniso furono per i Greci la espressione simultanea ma distinta della bellezza e della ebbrezza. Due, infatti, secondo i Greci sono i momenti in cui l'uomo raggiunge il sentimento estatico dell'esistenza: il sogno e l'ebbrezza, qui l’uomo è artista pieno, creatore di ogni arte figurativa, di poesia e di pensiero eccelso. E l'arte dionisiaca si fonda sul rapimento creativo, sul gioco con l'ebbrezza che porta l’uomo nelle feste dionisiache all’oblio di sé e a riconciliarsi con la natura.
Nella Roma imperiale il buon vino regnava accanto al trono di Caligola e nelle sentine di ladri e soldataglia scorreva di qualità spregevole e accompagnava stragi e saccheggi, ma il bucolico Virgilio amava cantare: “… Qui mescerete nel bicchier vinello frizzante ch’or dall’anfora spillai tra il gorgogliar d’un garrulo ruscello.(…) Pane Vino Amore qui convivono liberi e giocondi, entra dunque sicuro, viandante (…) scaccerai l’arsura bevendo a sorsi dal bicchier gelato (…) Ehi, servo, porta a tavola ch’è l’ora vino schietto e dadi!Mentre apprendiamo che Virgilio aveva un servo e non sappiamo in che rapporti fossero vino e servo, diamo per scontato che Orazio amasse molto l’aglianico delle sue terre.
Il tema del viandante in rapporto al vino e al pane assume valore sacrale in quanto nella cultura popolare sacri sono i prodotti della terra (olio, vino) e mangiare i prodotti della terra che si attraversava diveniva avvicinamento al divino perché significava arricchirsi della energia di quel luogo. “…Silenzioso entra il viandante; (…) Là risplende in piena luce / Sopra la tavola pane e vino. (Holderlin)
La religione musulmana impone ai fedeli l’astinenza da bevande alcoliche. La proibizione si basa su alcuni versetti del Corano che mettono sullo stesso piano l’idolatria, la divinazione, il gioco d’azzardo e l’uso di bevande fermentate, tra le quali ovviamente c’è anche il vino. Eppure, Maometto, forse per tranquillizzare i fedeli, prometteva di poter godere, una volta in Paradiso, anche le delizie del vino; testualmente: “ruscelli in cui scivola il vino, delizia di palati raffinati” (Sura XLVII, 15). Evidentemente la promessa non aveva grande credito tra i fedeli che, a ogni buon conto, piamente vendemmiavano e pigiavano, tanto che i loro governanti dovettero imporre la lenta e progressiva distruzione di tutte le vigne da un luogo all’altro dei paesi islamizzati, a partire dal secolo VIII dopo Cristo.
La distruzione cristiana dei simboli delle fedi pagane che consistette anche nella progressiva cristianizzazione di tutti i riti superstiti, fece sì che Diana, Minerva, Venere divenissero le tante Madonne adorate nel mondo occidentale e che il Diavolo assumesse invece le sembianze di Pan-Bacco-Dioniso. Quello cioè che per le civiltà precedenti era stata la rappresentazione della gioia, dell’entusiastico amore per l’ebbrezza del vivere, diveniva invece l’immagine autentica del Male assoluto. La gioia diveniva peccato mentre l’astinenza e il castigo divenivano le massime virtù. Il processo, tuttavia, risparmiò il vino, assumendolo anzi a oggetto sacrificale in sostituzione del sangue (proibito nei riti anche da Maometto) e conservandogli il valore simbolico di favorire e propiziare i patti, i riti e gli incontri.
Dei tentativi falliti di proibire (agli altri) i piaceri della vita è zeppa la storia di tutti i popoli, e di tutti i poteri; ne trova traccia W.F. Crafts per esempio già in un papiro egizio del 2000 a.c. dove un sacerdote scrive al suo giovane e allegro allievo: “Io, tuo superiore, ti impedisco di andare nelle taverne”. Il sommo aveva certo le sue ragioni, ma nei secoli successivi le proibizioni furono sempre più spesso dettate da ragioni economiche o di potere. In molte regioni europee, periodicamente veniva proibito il vino perché l’ebbrezza abbassava il rendimento lavorativo dei minatori. Al contrario, prima della battaglia, a quegli stessi minatori cui mettevano la divisa perché difendessero dallo straniero le miniere del padrone, veniva somministrata una buona dose di cognac perché in preda alla ebbrezza fossero più valorosi in battaglia, tanto per distinguere l’ebbrezza utile da quella disutile.
I legami fra uomo, pensiero, vino, arte, poesia, religione, rito, quindi, sono forti e indissolubili, vale ricordare il legame di Michelangelo col buon “chianti” quando affrescò la Cappella Sistina col Noè vignaiolo, mentre riepilogare torbide epoche di proibizionismi potrebbe essere latore allo spirito di melanconie qui superflue.
Si può chiudere quest’abbozzo semiserio per una FenomEnologia con quella che può essere la immagine universale del rapporto fra uomini e vino e pensiero e opere e arti e mestieri, assaporando una delle più belle poesie di Rocco Scotellaro tratta da “Quaderno a cancelli”.
(w/cody)*

Cena

Voglio aria la sera e consumazione
di vino e castagne in compagnia
perché ognuno conta una storia
e insieme viene l’armonia.
Lo scarparo è stato tutto il santo giorno in casa
fino a che si è fatto scuro e si è cavato il senale,
con quello ha coperto il bancarello e i ferri
e ha detto a moglie e figli: Io esco, andatevi a coricare.
Il fabbricatore viene direttamente dalla casa che fabbrica
con le lenticchie di calce azzeccate sotto l’occhio.
Il sarto anche lui con un filo e l’impiegato
con l’inchiostro sciolto alla punta di due dita.
I contadini sono più di uno
con succhi di stalla sul collo.
Ed io ho sbattuto il libro già ingoiato dall’ombra.
Ci siamo allora azzuffati alla morra,
la moglie e la figlia del falegname,
dove stiamo bevendo, girano attorno alla tavola
e dicono che siamo proprio bambini.
Abbiamo cacciato i tozzi di pane da tasca
e chi olive, chi una noce, chi la cipolla e il peperone;
l’impiegato ha diviso la frittata incartata
in un foglio di ufficio, e abbiamo bevuto.
Amore, amore veniva da cantarlo
tutta la santa notte in compagnia.
La moglie e la figlia del falegname
si sono ritirate dicendo:
questi fanno far giorno.
(Scotellaro – Quaderno a cancelli)