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domenica 12 ottobre 2014

il cambiamento?

Compito della scuola è avviare le nuove generazioni alla scoperta del mondo perché possano conoscerlo, comprenderlo e possibilmente NON cambiarlo; a salvaguardia della civiltà, la scuola tiene a bada il cambiamento, classifica e separa la diversità, premia l’omologazione, garantisce la conservazione.    
La società non può che insegnare se stessa, riproducendo nelle nuove generazioni le direttrici comportamentali delle generazioni precedenti.
Ma i ragazzi crescono, sognano, e si mettono in testa idee nuove, idee di cambiamento (beh, non tutti, i ciellini sono sempre esistiti) e ai loro occhi le ripetizioni mostrano la logora noiosità della morte, il mondo appare in tutta la sua ingiustizia, arde in loro il desiderio di un mondo migliore e sentono che la tradizione, in genere, non è altro che pura conservazione, inimicizia preconcetta verso il nuovo e ripetizione insensata di gesti, nella religiosa e rassicurante gabbia dei rituali sempre identici. 
E soffrono; come in tutte le patologie, soffrono. Perché di questo, si tratta: di una patologia. 
Il disturbo tuttavia dura poco: come le esantematiche, scompare in genere con l’adolescenza o poco più tardi.
Ma anche se di breve durata, il disturbo rimane pericoloso ricettacolo di idee nuove, matrice di potenziali cambiamenti, specie in relazione alla rapidità di contagio fra giovani menti esuberanti. E poi, non si sa mai, metti che qualcuno non guarisce...
Da qui la necessità di adottare specifiche politiche giovanili orientando sin dall'infanzia i ragazzi alle attività più costruttive: il pallone, la religione, il telefonino, il vestito firmato...