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sabato 16 luglio 2011

LA TV PER SADICI E VOJEUR

Qual'é il senso della cronaca nera che invade gli schermi TV, a cominciare dal TG2  - che più non ammette altra notizia se non la cronaca che prima compariva solo su giornalacci specializzati e rotocalchi del torbido del tipo “Crimen”, “Cronaca vera”, “Cronaca Nera”, essendo la RAI azienda editoriale di più elevato rango culturale,   - per proseguire con i pomeriggi della “Vita in diretta” sino alle notti di “Portaporta”?  Quale il gusto della informazione dettagliata sui delitti e sui loro tristi protagonisti?
E’ nel genoma umano la istintiva attenzione ai fatti di sangue che induce certa gente ad andare a curiosare vicino gli incidenti stradali per sbirciare sangue e sofferenze e a fare pellegrinaggi aerei ad Avetrana?  Simili comportamenti  - eccitarsi guardando  i feriti di un incidente -  in un singolo divengono degni di attenzione psichiatrica, si tratta di certo di personalità border-line da tenere d’occhio; ma quando lo stesso comportamento è adottato da molti, diviene fenomeno sociologico e non più psichiatrico, quindi non condannabile. Orbene, è chiara ora la responsabilità della TV che, incoraggiando questi comportamenti sadici e vojeristici, li fa divenire non più di singoli individui ma di massa e quindi non più Taboo e quindi non più border-line né psichiatrici, ma gli conferisce diritto di cittadinanza paritaria, li rende cultura emersa e, a volte, dominante.
Dalle prime tribù arcaiche, alle tavole della legge e sino alle moderne democrazie, uno dei rinforzi rituali delle regole della convivenza  della comunità, consisteva nel "Taboo", nella innominabilità del "male" e nella collettiva esecrazione della violazione del taboo, nella celebrazione rituale ripetitiva della negazione del male e della affermazione delle regole: non ammazzare, non rubare, non corrompere i giudici, non evadere il fisco, non fare sesso con le formiche, eccetera. Nella pubblica piazza, nella confessione collettiva, nel processo pubblico, nelle punizioni rappresentate in piazza, nei patiboli esposti al pubblico, nei riti magici e religiosi c'è sempre la riaffermazione delle regole e la stigmatizzazione dei comportamenti che minano la comune regola della non aggressione. Nella piazza virtuale che la TV invece costituisce, l'omicidio, nella puzzolente marmellata dei palinsesti, diviene "che cosa ha provato mentre le ammazzavano la figlia, ci dica, signora?". E la signora, tutta compiaciuta di essere in TV, dice che sì, ha proprio sofferto tanto, per il godimento di telespettatori ammalati che però, essendo “tanti” divengono audience e share e quindi soldi e quindi non più vizio ma risorsa. E via con la pubblicità del nostro sponsor. Siamo sicuri che Il fine di questa “piazza”, quindi, sia la corretta informazione dei cittadini? Non è invece la vendita dei prodotti dello sponsor, per tenere alto il conto economico dell'inserzionista che lucra sui malati e anzi cerca di moltiplicarli per guadagnare di più?
Il lutto della signora, desacralizzato, è divenuto un elemento extracaratteristico di marketing nel bilancio della compagnia dei telefoni o della ditta delle merendine, un ignobile espediente per vendere il più inutile ciarpame.
E sull’altare del marketing e quindi del lucro di mercatanti e produttori viene immolata ogni sacralità autentica dell’umanità, mentre la Chiesa, troppo impegnata a cincischiarsi coi preservativi, non trova nulla da ridire, viste le intese con i media che riservano la restante parte dei palinsesti a vescovi questuanti parroci e papi .