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sabato 24 dicembre 2011

CAMERE CIRCONDARIALI - presentazione di Pancrazio Toscano

Presentazione “Camere circondariali”      -          Matera, 17.XII.2011 - libreria Giannatelli

Scaletta intervento

·         I romanzi, i racconti non possono non contenere, sempre, pezzi di autobiografia.
·         Questo confermerebbe il fatto che la creatività possa essere definita come “la messa in ordine dell’esperienza”
·         Sono convinto che paradosso e surreale siano le più efficaci chiavi stilistiche per scrivere della realtà che impregna questi racconti, quella del Sud, non dissimile, tuttavia, da quella dei “sud del mondo”, come si diceva una volta.
·         Serve anche a far sì che non si scivoli nella retorica e nei luoghi comuni nell’attingere alle opportunità letterarie contenute in una realtà così complessa e compressa i cui temi sfociano frequentemente, direi naturalmente, in una dimensione universale, come si dice.
·         Volendo continuare l’efficace metafora della jam session di jazz, contenuta nella puntigliosa presentazione di Angelo Tataranno - a suo modo, un breve racconto aggiunto - mi verrebbe di proporne una relativa alle arti figurative e più propriamente alla pittura.
·         Proverei a esplicitarla almeno per il gruppo storico - Dilillo, Doria e Lomonaco - che già si era messo in gioco con Partenze da fermo e Al lavoro ci devo comunque andare.
·         Per Peppe Lomonaco, la pittura verista, i macchiaioli fino all’iperrealismo, per certi versi. Se si cerca tra le definizioni in quel gran serbatoio, ma anche grande pattumiera, occorre tenerlo presente:
 il verismo si propone di rappresentare la realtà senza finzioni. Da qui scaturisce un interesse per il prosaico, il quotidiano. Gli artisti si propongono di evidenziare costumi e idee del tempo con la rappresentazione di gente comune, per cui gli ambienti e i personaggi d'ispirazione vengono cercati per strada (utilizzo della pittura en plein air).
I macchiaioli eliminavano totalmente la linea ed il punto geometrico, in quanto non esistenti nella realtà, usando vere e proprie macchie di colore.
L'iperrealismo rappresenta la realtà partendo da un’immagine fotografica, ingrandita il più possibile, e riportandola come disegno, cercando di essere più fedeli della normale percezione, se possibile.
·         Per Costantino Dilillo, mi riferirei al divisionismo o all’astrattismo.
l'arte viene interpretata in base all'intenzionalità dell'artista. La forma viene intesa come risultato    dell'incontro tra uomo e mondo, in un alternarsi di empatia, ovvero avvicinamento alla realtà, ed   astrazione, cioè il rifiuto della realtà. Con il termine "astrattismo" vengono quindi spesso    designate tutte le forme di espressione artistica visuale non figurative, dove non vi siano appigli che consentano di ricondurre l'immagine dipinta ad una qualsiasi rappresentazione della realtà, nemmeno mediata dalla sensibilità dell'artista
·         Per Pasquale Doria, il simbolismo
Fine dei simbolisti è quello di superare la pura visività dell'impressionismo in senso spiritualistico(e non scientifico cercando di trovare corrispondenze tra mondo oggettivo e sensazioni soggettive.
I simbolisti tentano di recuperare la spiritualità di tutto ciò che esiste nella realtà ma non è direttamente visibile dall'occhio umano. Il simbolismo è dedicato ad un pubblico colto  e sensibile per via dei suoi contenuti molto complessi da decifrare.
·         Questi caratteri - credo sempre presenti in questi scrittori, anche nelle opere precedenti - in maniera molto evidente sono determinanti dei loro stili di scrittura e lasciano premonire sicuri sviluppi e la non episodicità del loro impegno letterario.
·         La loro scrittura è diventata, via via, più matura, puntigliosa, personalizzata, chiara nelle evidenti differenze stilistiche.
·         E’ il valore della lezione di un intenso labor limae, attività preziosa per chi voglia occuparsi di scrittura.
·         E’ la prova che un prodotto creativo si realizza: “vincendo la noia della ripetizione”. Rifuggendo: dalle furbizie comuni in tanti scrittori; dallo scrivere come minzione favorita dall’elettronica; dal negare memoria e radici, evidentemente assunte nelle categorie dell’insulsa retorica, che sono sistema circolatorio e scheletrico della realtà nella quale si vive.
·         Incapaci di sfruttare la potenza delle suggestioni che la singolarità del paesaggio, materializzazione del lavoro dell’uomo, restituisce in uomini e cose che lo animano.   Tutto questo nell’illusoria convinzione che sia più figo e realizzi l’illusione di essere legittimati negli spazi della globalità.
·         Ma il termine è equivoco se si considera la situazione attuale che ne illumina, plasticamente, la fallacità o, quantomeno, il deficit interpretativo.
·         Globalizzazione è un dato permanente dell’esistenza. Diventa virtuosa e reale se è contaminazione e non integrazione ispirata ad una mescolanza di pietà pelosa, interessi perversi e supponenza di dominio di civiltà. Allo stesso modo in cui virtuosa è l’emulazione; opposta e perversa è la competizione
·         Questi principi fondanti dovrebbero essere presenti soprattutto in coloro che, per mestiere, si occupano di educazione, politica, economia
·         Questi distinguo rendono virtuose scritture collettive come questa raccolta; restituiscono il loro valore, definiscono la curiosità e l’interesse per tutti noi e rendono giustizia al coraggio di chi le pubblica.
·         Un pregio della raccolta consiste nelle differenze di lettura della realtà; dietro ci sono percorsi e storie diverse che non possono che generare scritture diverse
·         Le differenze sono, a mio giudizio, un valore - e al termine attribuisco, esplicitamente, un significato economico - perché le differenze sono un valore, una risorsa.
·         Significa anche una strada per dar senso appropriato alla costruzione dell’identità che è, sicuramente, somma delle diversità. E’ una definizione alla quale sono sempre più affezionato, sia guardandomi intorno - perché è nelle cose, nel paesaggio materiale e umano e nella lingua, tutti prodotti dalla contaminazione e da una concezione globale dello spazio - che per ordine naturale e necessità di aspirazione alla vita.
·         Ma somma delle diversità è anche l’antidoto efficace - e ancora una volta mette a registro il valore del paradosso - e l’espediente per uscire dal pantano limaccioso di società che via via si impoveriscono. Si nutrono dell’illusione del villaggio globale e invece - per calcolo o semplice stupidità, ignoranza o colpevole inconsapevolezza - ci riportano sempre più nella prospettiva solo del  villaggio come chiusura e luogo nel quale è stata stroncata l’aspirazione, la curiosità, il gusto del desiderio e si aspetta di morire.
·         Dopo tutte queste digressioni che volevano rappresentare le sensazioni e i pensieri che la lettura di questo volume mi ha restituito, provo ad avventurarmi nel difficile compito di interpretare i singoli autori, consapevole che è più giusto il giudizio individuale affidato alla vostra lettura e che, successivamente, spero gli interventi dei singoli autori focalizzeranno senza le deformazioni interpretative del mio approccio.
·         Faccio riferimento alla sintesi efficace contenuta nella prefazione di Angelo Tataranno e provo ad aggiungere delle mie considerazioni rapsodiche principalmente su tre racconti
·         Strade di Peppe Lomonaco. Come, da sempre, Peppe rovista nel suo mondo, nel paesaggio della campagna, ritrovando sempre nuove sensazioni. Sarebbe facile cadere nel ripetitivo quando si battono queste piste ma lui non riesce mai a diventarlo. E un test importante è la presenza dell’eco di questa realtà anche quando scrive di realtà affatto diverse, come nell’intenso romanzo collocato nell’autunno caldo milanese. La prova viene superata a pieni voti.
·         In particolare, in Strade è ripetutamente messo a fuoco il contrasto tra due mondi: quello della povertà, della fatica di vivere e quello del benessere che può permettersi mollezze, dolcezze o ipocrite dolcezze, ma che non riesce ad esorcizzare l’isolamento e il vuoto di senso approdando ad una solitudine individuale che non è superata per il fatto di aver risolto il problema della fame e per il vivere in un agio che non crea esplosioni di felicità.
·         La necessità rende i genitori, in qualche modo, padroni del destino dei figli: “Mamma e papà non mi hanno chiesto se volessi andare come serva nel palazzo di donna Titina. Hanno deciso che ci sarei andata per il mio bene, e basta.”. Ma è la forza delle leggi delle realtà povere. Accade, oggi, nei luoghi dai quali provengono i tanti disperati che si affidano alla pietà del Mediterraneo per immaginare una prospettiva di cambiare vita. Esistono, in proposito, un interessante studio di neuropsichiatri e psicologi francesi su una sorta di rituale di designazione del membro della famiglia che deve emigrare e che non potrà più sottrarsi a tale destino; questo desiderio li porta, a volte, a gravi patologie psichiatriche.
·         La forza della superstizione; la cuccuedda che agita i sonni e preannuncia sciagure. In realtà povere ha un forte carico di condizionamento sociale; la felicità è preclusa, è una sorta di colpa il godere.
·         Il rapporto empatico con il mondo animale e con la natura. Esemplare l’avvincente, drammatico racconto di Zella quando, in fuga dal palazzo di donna Titina, è intenzionata a raggiungere la madre.
·         E il fascio, e le feste e la banda, che a Montescaglioso è una cosa che non può non entrarci, e le taratelle. E preti e chierichetti e capi congreghe “Anche loro sono sudati per il sole incandescente che butta fuoco come le fascine nel forno prima di metterci a cuocere il pane
·         Infine il miracolo e, finalmente, forse la bambina non tornerà più al palazzo di donna Titina.
·         C’era da aspettare, di Costatino Dilillo. L’attesa di un tempo che, si intuisce, è molto difficile che venga.
·         L’attesa appare quasi uno stato esistenziale perché, in Costantino, non produce angoscia ma attesa, appunto; immaginando che possa essere persino uno stato di grazia.
·         E’ usuale in Costantino la ricerca di immagini e metafore (il tempo sgranava lentamente la sua pannocchia;… urlò come un’ambulanza in una notte di pioggia;… lo sbirro col rancio aveva il volto di cartongesso), di dialoghi al limite del paradosso nei quali compare spesso la trascrizione, ma in modica quantità, di termini dialettali.
·         Quest’insieme crea un’accattivante mescolanza di metafore, riferimenti e interpretazione della realtà effettuale.
·         E in questo andirivieni di temi, immagini, dialoghi, appare quasi come epilogo logico la chiusura del racconto.
·         L’ultimo Ciarallo di Pasquale Doria.
·         E’ mescolanza di memorie magiche che funzionano come una sorta di psicofarmaco per i poveri. Di questo si devono accontentare. Analogamente, qualcuno diceva che la confessione è la psicanalisi dei poveri.
·         Cercare risposte scientifiche a tutto ciò significa immettersi in una sorta di percorso circolare che ti riporta sempre allo stesso punto; e ricomincia un altro giro, quasi come per i dannati nei gironi dell’inferno dantesco.
·         Ricerca lungo le strade del fantastico e mescolanza a personaggi reali – significativi – depositari di memoria della realtà della città; u intreccio intrigante dominato dall’ossessione della domanda del perché. Non sarà non estranea la deformazione professionale di Pasquale?
·         L’ossessiva ricerca di un dettaglio che riassuma il senso di una realtà; anche il paesaggio è sintetizzato nella memoria di un odore che diventa protagonista (il timo della murgia)
·         Il mondo regolare e con le regole auree dei burocrati assegnati a realtà come Matera (le tre, forse quattro, p, promozione, punizione e pensione); il mondo di rocce pelagiche e  del suo mondo di animali magici, come lo scorsone, il serpente sostanziale protagonista del racconto; la magica, decisiva influenza dei numeri (il numero sette) che spiega tutto insieme all’influenza di maghi e fattucchiere.
·         Questo impasto indistinto, ma con ingredienti ben distinguibili crea una scrittura godibile che si conclude degnamente, e in maniera esilarante (“Il boccale di birra era già vuoto … come dopobarba no.”, pg. 67)

E ancora qualche parola per gli altri racconti
·         Menodue di Costantino Dilillo. Sembra la cronaca della sua esperienza di paziente in ospedale, opportunità per osservare la realtà delle persone che vi lavorano, apparentemente sfaccettata, e delle sensazioni che vi si respirano (pg. 60, “Quando… allungate”; oppure pg. 73, “il tempo in ospedale…lo sguardo assente.”; o p. 74, “La terapia… brodo pallido per cena”)
·         Tutte circostanze che ti spingono verso un  destino di follia. E non ci poteva che esser quel finale (p. 77-78, “Ebbe una vertigine … Quando il pensiero non sa più volare.”)
·         La dote e la pistola, di Peppe Lo monaco. Esilarante, picaresca vicenda nella quale sono presenti quantità industriali di turgida ironia e boccaccesco sberleffo. (p. 82-83, “Il brigadiere, paralizzato dall’inaspettato disarmo … , la verità non è stata appurata”)
·         Ma anche immagini e metafore delicate (Quando l’alba s’insediò al posto delle stelle la notizia aveva varcato i confini comunali, p. 85)
·         Sei tu?, di Costantino Dilillo. Vivido, turgido, talvolta sensuale racconto con dialoghi avvincenti e ritmati fino al passo lungo e disteso, della conclusione (p. 111-112 “Passo spesso sotto la casa dove abitavi … Detenuto saluto i tuoi amori primi.”)
·         La familiarità del male, di Pasquale Doria. Il terrorismo appare come interessante pretesto per la narrazione di una realtà urbana che, così come si presenta ed è strutturata, non pare possa comprendere un fenomeno così eclatante. E non rientrando negli schemi e in un impianto sostanzialmente familistico, lo nega. Ma l’interesse, a mio giudizio, sta anche in riferimenti a grandi narratori della tradizione mitteleuropea e d’oltre cortina, come la si diceva un tempo.  (pg. 113 “Scusate, così all’improvviso, non ci riesco. … ora di ex recluso.”; pg. 127-128, per il finale “Si guardò un’ultima volta intorno per precauzione. … Dopo un rapido cenno della mano si dileguò”)
·         Dialogo, di Peppe Lomonaco. Opportunamente è il racconto di chiusura del libro. Un intenso dialogo “tutto d’un fiato”, si potrebbe dire, nel quale Peppe ha avuto l’abilità di scrivere le pause, i silenzi.
·         Infine le sorprendenti rime di Nello Ertico, opportunamente collocate in apertura del volume, Il labirinto di Saba - Nessuno guardi Makeda che lasciano molta curiosità per successive, più cospicue produzioni.
·         E il corredo di illustrazioni di Luisa Lapacciana che, come dice Angelo Tataranno, intermezzano la sinfonia.
·         Insomma, una lettura divertente e ironica di una realtà che non è né l’una, né l’altra cosa; che si configura spesso come una istituzione totale; che malata dell’invincibile morbo del familismo, ti fa pensare, spesso, di aver diritto solo all’ora d’aria di una reclusione a cielo aperto.
·         E intanto il paesaggio ti scaraventa addosso il suo variegato corredo di colori, orizzonti, forme, odori, sensazioni; che profumano di senso di libertà e di “più ampi confini”; vivendo il conflitto tra restare e andare, o andare e tornare in continuazione, per non assuefarsi all’eclisse del desiderio.

                                                                                                                                   (pancrazio toscano)