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mercoledì 28 gennaio 2015

Giornata della memoria - Ricordare, ma a chi?

E' tutta la giornata che penso a questa giornata. Mi interrogo su quale sia il suo senso possibile ancor oggi. Non sono più giovane, e non sono ancora vecchio, e mi sembra di aver sentito queste cose da sempre, ed in effetti così è. Questo sarebbe un aspetto positivo, in teoria:
vuol dire che da sempre si è cercato e si è riusciti a mantenere viva la memoria di quello che "è accaduto. e quindi potrebbe accadere ancora", per citare il"solito" Primo Levi.
Bene, quelli della mia età, e quelli un po' più giovani, sono cresciuti nella memoria ancora fresca della storia della lotta al nazifascismo, e si sono intrisi di quei valori, chi più, chi meno convintamente, chi proprio malsopportandoli ed avversandoli, ma ciascuno ci ha dovuto fare i conti, tenendoli ben presenti, soprattutto conoscendoli. E se è vero, come dice Elie Wiesel (grazie Pia Sciandivasci) che "chi ascolta un superstite dell'Olocausto diventa a sua volta un testimone", abbiamo sempre avvertito l'importanza e l'onda lunga di quella Storia terribile ed impietosa investirci a distanza di decenni, sicuri nelle nostre "tiepide case", e non ce ne siamo comunque potuti sottrarre, comunque la pensassimo, che stessimo idealmente, sia pure dopo tanti anni, da una parte o dall'altra della vicenda della persecuzione nazifascista dei più deboli: tutti, ebrei, ma anche rom, zingari, comunisti, omosessuali, minoranze religiose, e così via. Per noi valeva (e vale tuttora, sia chiaro), un'altra affermazione, sempre di Wiesel: “Prendi posizione. La neutralità favorisce sempre l'oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, mai il torturato."
Così consapevoli, con questo sottofondo persistente nella nostra vita, siamo andati avanti, dandolo man mano per scontato, per costitutivo ma comunque sopito, privato di quell'orrore senza fine e senza possibilità dispiegazione razionale, come sempre la violenza è, quando è l'uomo a metterla in atto, e non l'animale necessitato dalla sua stessa esistenza.
Ma stamattina, ad un certo punto, ho considerato il fatto che ci sono persone molto più giovani di me - ce ne sono di grandi quanto me, ed anche di più vecchie, sia chiaro,ma oramai contano sempre meno nella vita e soprattutto della prospettiva futura di questa nazione - che non sanno e soprattutto NON VOGLIONO PIU' SAPERNE di queste vicende, delle valutazioni sulle responsabilità e delle analisi della cose che a questo portarono. A queste persone, tra cui ci sono coloro che pensano che furono le BR a compiere l'attentato a Milano del '69, in Piazza Fontana, cosa può dire ogni discorso, ogni immagine, ogni cerimonia, ogni servizio televisivo, ogni libro, ogni dibattito che riguardi la Shoah, e più in generale la sopraffazione del più forte sul più debole? 
Quale valore e quale forza evocativa o repellente può costituire la MEMORIA, a persone che vivono nell'istinto del "qui ed ora", dell'eterno presente, dell'informazione continuativa ed indistinta, e per cui il distinguere tra le parti, i valori, le idee è solo un retaggio inutile del passato, quando loro non sono stati messi in condizione di pensare ad un futuro, quando non c'è prospettiva di lavoro e quasi di vita stessa che possa superare concettualmente il mese, quando un libro è un oggetto in gran parte assente nelle loro case, negli scaffali delle loro famiglie, su cui comunque trovano posto la tv, il pc, il tablet ed il caricabatterie dello smartphone?
Cosa possiamo dire loro, che abbia la vivida forza del colore di un senso, che già in noi non sia sbiadita, e che per recuperare dovremmo anche noi stessi mettere in atto un certo sforzo? C'è gente che lotta con l'ortografia e col compilare il modulo alle poste o all'agenzia del lavoro temporaneo: cosa ascolterebbero – e cosa comprenderebbero - di una storia di 70 anni fa, di soldati russi che trovarono cadaveri ancora vivi ad Auschwitz, quando oggi siamo noi in gran parte cadaveri sopravvissuti ad un altro genocidio - quello di questi ultimi anni applicato alle coscienze - magari più in carne, loro e noi stessi? Come fare per tornare a parlare con chiarezza di "bene" e di "male", oggi?
Chi ha una risposta, me la dia, per favore. Io credevo di averla, sino a poco tempo fa. Ora non ne sono più così sicuro. E non mi fa piacere, tutt'altro.
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Costantino Dilillo E' solo dagli anni 90 che si parla di queste tragedie apertamente e la Giornata della memoria è stata istituita solamente il 2005, dieci anni fa, 60 anni dopo i fatti. Prima di allora a parlare deli campi di sterminio erano solo i "comunisti" e per questo ogni riferimento a quelle atrocità veniva censurato come propaganda comunista, Chi ne parlava nelle scuole veniva ammonito e segnalato, "perché a scuola non bisogna far politica" (sic!). Parlare di Resistenza, di 25 aprile in Italia, per 70 anni è stato tabù, non bisognava tirar fuori questa "propaganda", perché in Italia più che altrove, alla caduta del fascismo il corpus dello Stato rimase permeato delle stesse persone del regime precedente. Se l'Italia è cresciuta senza poter identificare la propria STORIA col Risorgimento, sgradito a Chiesa e a una parte dell'intellighenzia nostrana, non ha potuto identificarsi, il popolo nostro, nei "valori ella Resistenza, perché sgraditi alla Chiesa e all'establishment che qualcuno chiama pudicamente "moderato". L'Italia così cresce zoppa, senza identità nazionale, senza l'orgoglio condiviso della propria storia e la gente comune, imbottita di sciocchezze e propaganda, subisce tutto e di tutto dal regime moderato, ma aborre i "comunisti" annoverando in questa definizione spregiativa ogni pensiero o posizione difforme dagli standard di Ra1/Italia1. Da questa anomalia il disagio tuo, mio, di tanti: non ha un gran senso parlare di queste cose dopo 60 anni di silenzio. E' vero, dopo 70 anni, un popolo che non ha vissuto quelle carneficine, non riesce più a dar senso a quei fatti, tanto più che vengono ancora narrati come se fossero stati i marziani a compierli, purgando ancora la vicenda dalla indicazione delle responsabilità e dei complici silenzi che in quegli anni si manifestavano colpevolmente. Se si fosse da subito, dal '45 in poi, parlato apertamente dei campi di sterminio e del nazismo e fascismo, in una limpida e pubblica immediata presa di coscienza popolare di quelle atrocità, le generazioni successive sarebbero cresciute con un diverso senso della memoria, come con un gene in più, un vaccino endogeno; non si fece per le ragioni che sappiamo e la disinformazione di massa forgia le coscienze delle moltitudini, per cui nel comune sentire di una vasta parte del nostro paese - che magari lotta con l'ortografia, che ha come riferimenti culturali solo la TV commerciale e per la quale come dici tu "un libro è un oggetto in gran parte assente nelle loro case, negli scaffali delle loro famiglie, su cui comunque trovano posto la tv, il pc, il tablet ed il caricabatterie dello smartphone" - nel comune sentire di questa larga parte d'Italia è radicata per default l'avversione per gli omosessuali, per gli zingari, per i comunisti, spesso per gli Ebrei e per le diverse religioni (proprio le vittime dell'olocausto) mentre invece blanda e superficiale rimane (quando c'è) la cautela nei confronti del fascismo; serpeggia da sempre una incredibile maggior simpatia per i torturatori che per i torturati. Che dire? Una diversa concezione di bene e di male ce l'abbiamo, dobbiamo coltivarla, è fatta di libri e di musica e di arte e di ... Tutto questo alimenta i sani dubbi che tu coltivi e che sono il pane, la farina e il lievito della civiltà contro la barbarie. Dobbiamo evitare, nei limiti del possibile, che ciò rimanga una frequentazione elitaria fra pochi che si chiudono al mondo esterno, anche se, lo ammetto, la tentazione è forte.
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Angelo Giordano La mia maestra delle elementari è stata la persona a cui devo la conoscenza iniziale della Shoà. Era la fine degli anni '70 e la scuola era alla periferia Nord di Matera. Ma lei fu estremamente precisa nel descriverci l'accaduto. Impostò, certo, il discorso in buoni e cattivi, mettendo nazifascisti da un lato ed ebrei e americani dall'altro. E non nominò neppure zingari ed omosessuali o comunisti. Ci spiegò, cito a memoria che "i tedeschi tenevano gli ebrei nudi nella neve perchè dovevano soffrire". Io credo che sia bastato, certo assieme ad altri fattori, per fornire alla mia coscienza il primo gradino di consapevolezza. All'epoca non esisteva neppur il concetto di memoria condivisa, coi guasti che viviamo oggi. con mossa del cavallo: è un dato di fatto che il contributo militare della Resistenza Italiana alla liberazione sia stato inferiore a quello del Regio Esercito che si fece a piedi da Brindisi a Milano tra il 43 ed il 45. Ma delle 5 divisioni leggere impiegate in combattimenti vittoriosi contro la fanteria di linea e pure le SS non resta traccia. Oggi la brigata aviotrasportata folgore è un covo di neofascisti, nel 1946 credo che Alemanno non sarebbe sopravvissuto 5 minuti a dire certe cose nella sua caserma. Non solo alla chiesa, non solo al potere democristiano certi fatti erano sgraditi... Primo Levi fornisce brutalmente l'unicità della Shoà, non tanto nel numero, ma nell'idea. L'idea che alle truppe che stanno per essere assediate in Stalingrado mancheranno cruciali rifornimenti perché i treni sono usati per macellare gli indesiderati, l'idea di carri armati invincibili costruiti in pochi esemplari perchè mancano gli operai, operai che si è preferito mandare alle camere a gas piuttosto che alla catena di montaggio. Quello Armeno, quello del Ruanda, sono genocidi diversi. Forse vi si avvicina la Carestia Ucraina, coi suoi milioni di morti in nome di un'altra idea. Ecco, di tutto questo ed anche altro dovremmo fare memoria. 
Perchè la scelta è tra migliorare questa memoria nell'Italia di Maria De Filippi o arrendersi e perire.
E non è solo questa la sfida: c'è anche quella di fare memoria e non mitologia.

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Franco martina Giornata della memoria…
La città ‘’istituzionale’’ ha dimenticato Elisa Springer, scrittrice ebraica, che 15 anni fa avrebbe voluto donare documenti e testitmonianze sulla sua esperienza e non solo di internamento nei campi di sterminio. Tante promesse ma nulla e nemmeno sul museo della Shoah e del 21 settembre che sarebbe dovuto nascere all’interno dei locali disponibili dell’ex scuola media Volta.
Sappiamo come è finita…in un vuoto ‘’ricorrente’’ di memoria.

Ne riparleremo il 10 febbraio, poi il 25 aprile, il 2 giugno, il 21 settembre, il 4 novembre…e il 30 febbraio dell’anno che verrà