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domenica 8 luglio 2018

Gianni Maragno commenta una pagina di Pietro Amato Perretta

  L’indipendenza della magistratura da altre forme di potere, in generale, e dall’esecutivo, in particolare, è stata frequentemente sottoposta nell’Italia democratica a forti tensioni e accesi contrasti, poi, di massima, rientrati con opportuni ed equilibrati chiarimenti.
      È oggetto di larga attenzione proprio in questi giorni, sulla stampa e sui media, l’eccessiva e discutibile acredine con la quale viene proposta la infervorata polemica che vede coinvolti, da una parte, i magistrati “con le loro associazioni di categoria” a difesa dell’autonomia in nome della giustizia e della libertà, e, dall’altra, esponenti di gruppi parlamentari e di rappresentanti di alte cariche dello Stato, forti “a volte anche delle volontà popolari”, spesso intransigenti e mal disposti nel valutare comportamenti e strategie politiche confliggenti con gli ordinamenti espressi dal potere legislativo e tutelati dalla Costituzione, che l’apparato giudiziario è tenuto a far rispettare.
      In questa opposizione di poteri, indebolire una parte a vantaggio dell’altra comporta scompensi difficili da recuperare nel delicato sistema di equilibri previsti dalla Costituzione, con inevitabili ripercussioni sulla qualità ed integrità di quanti sono chiamati a garantire un’equa distribuzione delle risorse dello Stato ed un sano e corretto svolgimento delle mansioni quotidiane di ogni cittadino. Spesso, poi, i comportamenti dei contendenti finiscono per essere inutilmente strumentalizzati.
     Seppure in una diversa temperie politica e ideologica, la Basilicata si dimostra terra contrassegnata nel passato da solido impegno civile e irremovibile fedeltà ai principi di giustizia e democrazia.
     La storia ci ha consegnato con i suoi intangibili documenti i rischi, l’oppressione, le drammatiche conseguenze del Fascismo in Italia. La dittatura scoraggiò qualsiasi forma di dissenso alle sue imposizioni, ma qualche magistrato, nostro corregionale, tenne la schiena dritta e denunciò con grande coraggio malcostume, corruttela, inadempienze ed incapacità del potere.
     È opportuno ed esplicativo riprendere un articolo del periodico “La Separazione” del 23 giugno 1923, di seguito riportato, nel quale Pier Amato Perretta, magistrato insigne, nativo di Laurenzana, esprimeva il suo punto di vista sul regime fascista e riassumeva il ruolo e la figura del Duce con un appellativo, decisamente inconsueto per quel personaggio e in quegli anni:

                                    Il viandante smarrito.

[…] Nessuno vuole preoccuparsi. Tutti intendono avere almeno l’aria di divertirsi, come gli stenterelli che portano a passeggio il loro appetito. Perciò la nostra voce è molesta. Diciamo nettamente che si sta male e che presto si starà peggio, mentre gli scienziati ufficiali si infervorano reciprocamente a trovare nuovi indici del benessere economico.  Intanto il Capo del Governo preferisce parlare di Lorenzino dè Medici, anziché della lira perché questa - se pure sarà coniata col fascio littorio – sarà sempre riluttante ai suoi ordini e più docile verso il dollaro e la sterlina. La volontà di Benito Mussolini, cadute le illusioni taumaturghiche, sfrondata dei ricordi demagocici sull’importanza del castigo e del premio, si va esaurendo nelle gite, nelle cerimonie e nei vaticini. Egli sembra un viandante smarrito che parli con se stesso a voce alta, per avere il coraggio di proseguire. Non ha trovato nel potere quello che non trovò nel suo desiderio di ribellione. Comprende la sua impotenza, ma si ostina ad esaltare l’opera sua e dei suoi seguaci, come se dal semplice ordine di polizia potesse scaturire l’ordine economico e finanziario. Sulla crescente miseria italiana si leva qua e la il rumore dei banchetti di mille coperti, in onore di qualche avventuriero, quasi a celebrare il preferito lavoro delle ganasce. Gli innocenti plotoni dei balilla sgambettano perfino nelle feste dello Statuto e si mischiano agli uomini d’arme, come nelle orde barbariche; le mamme sorridono e temono solo di vederli tornare con i calzoncini pieni. La lesina cincischia le magre carni dei servizi pubblici. La popolazione di tutto il Paese aumenta ogni anno di mezzo milione, mentre si ignora la quota di capitalizzazione. Nessuno si azzarda a fare il calcolo della ricchezza nazionale per metterla a confronto degli 88 miliardi di debito pubblico. L’impossibilità di emigrare aggrava lo squilibrio del Mezzogiorno ed anche il Settentrione comincia ad allarmarsi del grave pericolo. La Confederazione dell’industriastudia, ma vuole prima “individuare le cause che ostacolano lo sviluppo industriale in quelle regioni”, cioè confessa di ignorare quale sia il rimedio. Prima della guerra l’impiego dei capitali stranieri, specie tedeschi aveva potentemente contribuito ad irrobustire la nostra economia. Oggi, nonostante le leggi allettatrici, dobbiamo provvedere più direttamente ai casi nostri, e non è facile impresa, pur avendo fatto il bel gesto di autorizzare la sottoscrizione in Italia di un prestito di duecento milioni all’Austria. È doveroso constatare, senza alcuna ostilità, che finora il Capo del Governo non ha avuto alcuna di queste intuizioni economiche che servano a valutare un uomo di Stato.  Si sono fatti da alcuni nei confronti napoleonici, così come in Francia gli strilloni del re adoperavano l’olio di ricino ed il catrame. Ma bisogna ricordarsi che a Napoleone I non sfuggì mai l’importanza dei fatti economici e se ne occupò spesso personalmente, senza delegare il compito ad un qualsiasi Rocco o ad un bravo De Stefani. Così volle ed attuò, mentre era primo console, la Banca di Francia e comprese la possibilità di fare di Anversa un “entrepot” dell’Europa occidentale, incoraggiando i primi lavori per migliorare il porto, approfondire i canali e sviluppare i magazzini. Sinora il fascismo si può paragonare ad un servizio di carabinieri e di militi sulla piazza di un mercato. È necessario non solo che i militi non vengano alle mani fra loro, ma che il mercato si arricchisca di merci, si animi di contraenti; altrimenti a sorvegliare il vuoto ed il silenzio, basta il custode dei cimiteri a caroviveri ridotto. Occorre meditare ed agire, spronare tutta la volontà a ricercare le cause del benessere del popolo e non accrescere il disagio con una numerosa oligarchia di affamati. […]


     Coinvolge e si definisce come modello educativo il comportamento del giudice di Laurenzana, sia per i privati cittadini che per coloro che sono gravati da impegno istituzionale o svolgono un ruolo ufficiale. Sotto l’aspetto giudiziale, si sottolinea la funzione inalienabile della magistratura per individuare colpe e responsabilità e ristabilire una corretta condizione. Ma rifulge la qualità civile della oggettività dei fatti e dell’equilibrio del loro inquadramento, non avulso, per competenza di conoscenze e capacità di esprimerle, dal contesto di riferimento: economia, politica, storia, tutto concorre alla formulazione del giudizio, che si mostra attento e, quantomeno, rispettoso anche nei confronti del colpevole, ritagliando una definizione che descrive l’incombenza degli eventi sul Dittatore e la sua inabilità nel poterli e saperli affrontare.
     A seguito di questo duro intervento contro il Duce, il Guardiasigilli Rocco dispose il trasferimento di Perretta; fu la prima di una lunga serie di rappresaglie, alle quali reagì con coraggio fino all’ultimo istante di vita.
      La città di Como, dove il Magistrato Pier Amato Perretta trascorse gran parte della sua esistenza, con riconoscenza ha dedicato una piazza e intitolato il Museo della Resistenza a lui “un uono in difesa della libertà”